Casa in Litoral Alentejano

Il progetto comprende la costruzone di quattro case e un serbatoio d’acqua. Questa casa è la prima unità. Il serbatoio dell’acqua è un quadrato di intonaco imbiancato dove si trova una piscina e una linea per fare la doccia.
Nel complesso, le case avranno implementazioni semplici scelte dai vari proprietari. Questa prima unità è un quadrato. Lo spazio principale è stato privilegiato in due aree. Il soggiorno è disposto intorno a un cortile che fornisce l’illuminazione  indiretta. 
Gli ambienti sono “incorporati” nelle spesse pareti che delineano gli spazi principali. Queste aree, compresse da un piano sollevato e un soffitto abbassato, diventano spazi che raggruppano per limitare e definire il “volume esterno”, enfatizzandolo come lo spazio principale della casa.

( Relazione tratta dal Progettista ) 

 

(EN)

The program includes four houses and a water tank. The water tank will be a square of whitewashed plaster where a pool is found and a line draws the shower.  The placement of the several houses will be decided by each owner.  The first house is a square. The living room is disposed around a courtyard that provides indirect lighting. Secondary compartments inhabit the interior of thick walls that form the central living room.  These areas, compressed by a lifted ground and a lowered ceiling, become spaces which group to limit and define the “exterior volume,” emphasizing it as the main space of the house.

 

(Taken from the Designer)

Casa a Leiria

Il sito si trova alla periferia di Leiria, in una posizione elevata con vista sulla città. La casa è divisa in un’area privata con camere da letto e un’area collettiva con dei salotti.Le aree private sono al livello della strada, sotto terra, intorno a un cortile centrale con camere che si aprono su cortili privati ​​in un ambiente intimo. Gli spazi delle stanze sono disposti intorno a un vuoto, che riceve luce dall’alto e guarda lontano verso il castello nel centro della città. La casa è un archetipo riconoscibile svuotato del suo centro dalla luce disegnata da un cortile a tre altezze che si apre orizzontalmente al livello verso il giardino. I cortili delle camere da letto, rivelati nel giardino, si riferiscono a questo oggetto archetipico che fornisce diverse letture sulla
sua scala. Scala e volume sono controllati in un contesto caotico, con un’immagine chiara che dal suo interno si relaziona con il patrimonio storico, in lontananza della città:
il Castello di Leiria.

( Relazione tratta dal Progettista ) 

 

(EN)

The site is on the outskirts of Leiria, in a high position overlooking the city.

The functions are banal: a house divided in private area with bedrooms, and social area with living-rooms. The private areas are at street level under the plot, around a central courtyard with rooms opening to private patios in a intimate environment. The living rooms are around a void, that collects light from above and gazes the castle at the city centre.

The house is a recognizable archetype emptied of its centre by the light designed by a three heighted courtyard that opens horizontally at the garden level. The bedroom courtyards, revealed in the garden, relate with this archetypal object providing different readings on its scale. Scale and volume are controlled in a chaotic context, with a clear identity that from its core relates with the historical legacy far away: the Leiria Castle.

(Taken from the Designer)

Nuova sede dell’ENPDEP

Destinata ad uffici e a locali di rappresentanza l’edificio è progettato in sostituzione di una abitazione preesistente della medesima cubatura (m22X21), nel momento di massima trasformazione della parte che circonda la Città Universitaria da quartiere borghese di villini a zona per uffici.I piani fuori terra,di acciaio e vetro,seguono il filo delle costruzioni preesistenti e ospitano i servizi:spazi distributivi per il pubblico,garage,cantine,impianti e archivi,cui si accede dalle scale e dagli ascensori oltre che dalle rampe di accesso ai garage.La facciata è in courtain wall con quattro pilastri di calcestruzzo a pianta ellittica che ne costituiscono gli elementi portanti principali,mentre i solai sono sorretti al bordo esterno da tiranti che diventano l’orditura stessa del courtain wall.

(Antonella Greco)

La cancellata in ferro è della scultrice americana Claire Falkenstein, cui si deve anche la cancellata in ferro di Cà Venier dei Leoni, il Palazzo di Peggy Guggenheim a Venezia, conosciuta attraverso il critico d’arte francese Michel Tapié ai tempi della galleria “Spazio” e sua collaboratrice artistica dalla “Saracena” agli edifici di piazzale Flaminio.

Casa delle Armi

 

La Casa delle Armi o Accademia della Scherma, opera di un giovane Luigi Walter Moretti, sorge a Roma, in stato di parziale ma evidente degrado, all’ estremità Sud del Foro Italico, sulla destra dell’asse che passa sul Tevere per il nuovo Ponte della Musica. Vittima di una damnatio memoriae per motivi storico-ideologici e di un utilizzo nel corso del tempo per funzioni inattinenti con il programma originale (da aula bunker per processi terroristici negli anni ’80 a caserma dei carabinieri), ora in mano al CONI in attesa di essere valorizzato, l’opera è giustamente inserita tra i prodotti d’eccellenza del razionalismo italiano.

Qui Moretti si destreggia con disinvoltura tra lo spirito classicista del modernismo fascista e le istanze europee di trasparenza e leggerezza. I due parallelepipedi ben distinti, disposti a L e connessi quasi deliberatamente da due passerelle in quota all’altezza dei lati corti a Sud-Ovest, sono di fatto uniformati sia a livello di epidermide, trattata come una membrana di masselli in bianco marmo di Carrara puntigliosamente levigati, sia nell’altezza della soletta di copertura. Se sul fronte Sud la facciata si impone come una pura e materica parete marmorea, svoltando sul lato Ovest la facciata si anima di una breve suggestione zoomorfa ellissoidale, prima di tornare al pacato ritmo di un ordine di tre file di lunghe e basse bucature. La chiusura del fronte su strada lascia intuire una opposta grande apertura sul lato della corte: il volume a Sud, che sul fronte stradale presentava la più assoluta opacità, a Nord si abbandona alla totale trasparenza di una vetrata a tutta altezza introdotta da un ampio mosaico con figure mitologiche. Mentre nell’altro edificio, seguendo le leggi michelangiolesche di proporzione che vogliono la distribuzione del peso della facciata in alto, Moretti descrive in basso una fascia vetrata che, proseguendo anche sul lato Nord, lascia fluttuare la texture marmorea sovrastante.

Per quanto riguarda il rapporto con il contesto, sul lato corto del primo fabbricato lunghi tagli orizzontali si contrappongono a Est, in un gioco mimetico, alla Foresteria, la seconda ala che completa l’ingresso meridionale all’ambizioso progetto del foro Mussolini, pensato da del Debbio e dal direttore della ONB Renato Ricci come il fulcro dell’educazione ginnico-musicale della gioventù. Concepita in seno a questo ideale e sviluppata nel giro di quattro anni, quella che nasce come la “Casa Balilla Sperimentale” è il tentativo di sublimare in un evento architettonico la filosofia paideutica fascista, basata sul culto della prestanza fisica e l’adesione ai dettami del regime, attraverso un ardito, benché acerbamente risolto, programma che risulta non tanto funzionale, quanto più simbolico e cerimoniale. Accedendo dall’ingresso di rappresentanza sul lato corto ad Est si può scendere una scalinata verso un’ aula destinata ad esposizioni, oppure imboccare il sinuoso corpo scala elicoidale a destra, o in alternativa salire attraverso gradini meno cerimoniosi sullo stesso lato, e guadagnare il primo piano, spazio a doppia altezza ed ampiamente illuminato adibito a biblioteca. Da questo si entra nel volume a pianta ovoidale che accoglie una sala riunioni e un corpo scala a chiocciola che porta al sottostante ingresso degli allievi a pavimentazione musiva opera dello stesso Moretti.  Attraverso la passerella in quota, si raggiunge l’edificio adiacente della palestra. Quest’ultima, larga 25 metri e lunga 45, sorretta da un interessante sistema strutturale a due semi-volte sfalsate sorrette da mensole in calcestruzzo armato, è scandita in due parti funzionalmente diverse e spazialmente separate da un setto.  Su uno dei lati lunghi corre un affaccio sullo smaterializzato ambiente a tutt’ altezza che ospita la pedana, illuminata dalla fascia vetrata in basso e per mezzo dell’asola luminosa ottenuta dalla differenza di quota delle mensole; sull’altro versante la parete definisce un angusto ambulacro con le docce, su cui aggettano due ballatoi in cui sono disposti armadietti e spogliatoi.

Unità residenziale di Via Campana Rimini

L’unità residenziale di Via Campana a Rimini è considerato uno dei primi quartieri coordinati che avrebbero dovuto risolvere il problema, fino agli anni ’60 rimasto insoluto, di conferire a questi complessi residenziali una varietà di contenuto sociale e una migliore distribuzione di servizi e attrezzature. Malgrado le mutilazioni e le limitazioni subite dal progetto originale, resta un esempio di valida impostazione urbanistica.

 Area di progetto:
L’area acquistata dalla gestione INA- Casa si trova a circa 2 km dal centro della
città di Rimini ed è collegata con esso direttamente dalla Via Condotti. Tale area situata presso la confluenza del torrente Ausa con il fiume Marecchia era soggetta a un pesante vincolo preventivo poiché avrebbe dovuto essere attraversata proprio nel centro da una circonvallazione dell’ANAS che , raccordando la statale Adriatica con l’ Emilia e la Romea, avrebbe raccolto il traffico veloce.

1° progetto:
L’impostazione planimetrica di progetto consisteva di due nuclei simili tra loro , ordinati intorno a due spazi verdi interni destinati alle scuole ,nel centro la circonvallazione che naturalmente separava i due nuclei. Per fare in modo che i due nuclei non risultassero completamente separati tra loro i progettisti predisposero un sistema di cavalcavia a carattere pedonale ed una strada sopraelevata. Le altezze degli edifici erano limitati a 3 piani con le sole eccezioni di un blocco a 5 piani e di uno a 8 disposto lungo la circonvallazione . Quest’ultimo avrebbe avuto un carattere speciale , progettato come un organismo unitario, il cui piano terra e primo piano erano destinati ad alloggi duplex da 5 a 6 vani accessibili dalla strada e il secondo piano con alloggi da 3 a 5 vani accessibili dal ballatoio.

2° progetto:
Nel Marzo del ‘58 la gestione non ritenne di autorizzare la costruzione dell’edificio di 8 piani e ne limitò l’altezza a 5 invitando i progettisti a studiare un edificio più basso e, al tempo stesso, il comitato di studio del P.R. di Rimini otteneva dall’ANAS lo spostamento della circonvallazione fuori dall’area di progetto .Tutto ciò avvenne mentre gli altri edifici erano già in fase di realizzazione e quindi Il gruppo di progettazione si trovò nella condizione di dover adattare la planimetria generale alla nuova situazione. Venne modificata la distribuzione dei negozi e dei servizi che vennero organizzati intorno alla zona centrale al di là e al di qua del vialone . Il fatto che siano venute meno le condizioni caratterizzanti il progetto dal punto di vista dell’impostazione urbanistica potrebbe far apparire la soluzione definitiva formalmente gratuita. Nonostante ciò i rapporti funzionali e di relazione volumetrica tra gli edifici e tra questi e gli spazi aperti , l’impostazione della circolazione e soprattutto la traduzione in termini architettonici dell’impostazione urbanistica rimangono validi.

Quartiere residenziale INA-Olivetti

Nei pressi della fabbrica Olivetti di Pozzuoli e delle rovine dell’anfiteatro romano, in quella che a suo tempo era la periferia della città, vennero realizzate le case per gli operai della vicina fabbrica. Il quartiere, affidato da Adriano Olivetti a Luigi Cosenza (con gestione diretta da INA-Casa) venne costruito in tempi diversi e diviso in tre lotti: il primo lotto realizzato tra 1952 e il 1955, il secondo lotto 1957/1959 e il terzo lotto 1961/1963.

L’impianto del quartiere prende in riferimento l’edilizia rurale locale: lo schema della corte campana intesa come centro di vita collettiva delimitato da case. Si tratta di una serie di edifici raggruppati in più blocchi di abitazioni continue, incernierati l’uno all’altro per mezzo di scale esterne coperte, che diventano il naturale prolungamento di strade, corti, zone libere e atri. I blocchi di due o tre piani sono disposti in schiere continue, ma non rettilinee, formando piazzole e cortili verdi di dimensioni contenuta, posti su un terreno in dislivello che guarda il golfo di Pozzuoli. Completata la costruzione del primo lotto, il lotto progettato nel 1957 (di 28 alloggi con 250 vani) venne terminato nel 1959 variando la disposizione a corpi paralleli previsti nella primitiva planimetria in un ulteriore andamento a corte. In questa seconda fase si trova una novità nella conformazione delle abitazioni, pur lasciando immutata la distribuzione: l’esigenza di catturare la luce attraverso la rotazione delle pareti esterne. Convogliando gran parte delle aperture della zona centrale degli alloggi sul terrazzino, il progetto ottiene una straordinaria espressione architettonica con la scansione di fasce di parete piene alternate a verticali bucature organizzate dalla successione dei terrazzini.

Gli edifici del primo lotto sono strutturati con muratura di tufo e solai in cemento armato e laterizi per poi, nel secondo lotto, abbandonare gli schemi tradizionali passando alla struttura a scheletro in cemento armato svincolandosi dagli elementi di tamponatura e potendo così lavorare in un maggior rapporto tra ambienti chiusi e ambienti aperti della casa. Il balcone, da elemento esterno nel primo lotto, diventa parte integrante del corpo architettonico (quasi una loggia) attraverso la rotazione degli ambienti interni rispetto all’asse longitudinale degli edifici, divenendo così un filtro di relazione tra interno ed esterno. Gli appartamenti, che variano dai 95 ai 125 mq, trovano una flessibilità interna che si evidenzia maggiormente nel secondo lotto attraverso l’indipendenza degli ambienti accessibili da un disimpegno centrale con le camere da letto posizionate dalla parte opposta dell’ingresso.

La forma libera dell’ambiente del soggiorno comunica con gli altri ambienti attraverso pareti mobili. Terrazze, balconi, logge, sono il prolungamento dell’alloggio verso l’esterno aumentando sensibilmente le superfici dell’ambiente soggiorno. L’ultimo lotto, verso la scarpa della ferrovia, venne progettato tra il 1961 e 1963. In questa soluzione si trova uno sviluppo intorno ad una scala aperta di tre alloggi per piano secondo la tipologia a torre che consente di godere l’affaccio sui tre lati di ogni alloggio. Per le sistemazioni esterne e del verde Cosenza ha collaborato Pietro Porcinai, mentre nelle colorazioni è intervenuto M. Nizzoli, usando l’acceso cromatismo dell’architettura campana (rosso pompeiano, giallo caldo di Napoli, azzurro) per accentuare l’autonomia dei vari corpi di fabbrica. In altre zone dominano tinte più attenuate, grigio spento, rosa, che alla tradizione secolare delle case locali sono forse ancora meglio intonate.

La composizione volumetrica trasmette i criteri di una logica distribuzione interna dei locali e di una compostezza di modulazione calcolata e precisa. E’ presente una ricerca di un carattere plastico nell’opera grazie ad esempio alle pareti inflesse segnate dagli aggetti e dalle ombre dei balconi che sottolineano una ricerca di mobilità e varietà diversamente a quanto succede nel vario panorama delle case popolari realizzate in Italia.

Il quartiere rappresenta nell’esperienza di Cosenza la realizzazione più completa delle sue risposte ai temi fondamentali della residenza popolare; lavora sulla tipologia e sul metodo razionalista del montaggio: alloggio, edificio, quartiere ricercando l’intreccio con l’abitare storico campano, con la morfologia delle corti nei casali senza ricorrere ad un effetto nostalgico. In questo progetto Luigi Cosenza richiama i valori di vita comune attraverso una disposizione libera delle case che si riconoscono in una identità intrinseca nel paesaggio e nella dimensione del territorio di cui prende parte.

Casa Höller

Casa Höller a Lana, nella provincia autonoma di Bolzano, è collocata su un pendio panoramico esposto a sud, che privilegia la vista dell’Adige e condiziona la natura del progetto immergendolo nel contesto paesaggistico.
Per preservare il rapporto con l’ambiente in cui si sviluppa, il progetto è formato da un parallelepipedo di un unico piano, poggiato su una serie di sottili pali d’acciaio, rimanendo sospeso sul box garage/cantina inserito nel terreno scosceso.
Mediante tre pareti vetrate a tutta altezza è possibile ammirare la vista sulla vallata sottostante e sfruttare l’illuminazione naturale da ogni punto della residenza; grazie all’utilizzo di grandi lamelle orientabili in metallo, poste sui prospetti est e ovest, si risponde al contempo anche all’esigenza di oscurare e schermare visivamente le camere da letto e i vani secondari lì posizionati. La facciata del prospetto sud si sviluppa in profondità tramite una terrazza estesa a tutta la lunghezza dell’edificio, prolungando la parte esterna del soggiorno, che aggetta sui vigneti, mentre quella a monte è completamente chiusa ad eccezione di due piccole aperture.
Un’unica rampa di scale in acciaio, staccata dal piano strada, consente l’accesso all’abitazione, conducendo l’occupante direttamente ll’ingresso della casa, principale luogo di distribuzione alle varie stanze. Un cilindro contenente una scala a chiocciola perfora tutto il volume e funge da connessione tra le quote del giardino, del soggiorno e della terrazza, sulla quale si sviluppa un ulteriore piano
panoramico.
Nel fronte sud-est è collocata la zona giorno, comprendente cucina e soggiorno, mentre ad ovest si trovano la biblioteca, la stanza da letto con cabina-armadio e un ampio bagno interamente colorato di bianco. Gli ambienti interni sono semplici, caratterizzati da un vuoto estetico.

Chiesa di San Giovanni Battista a Formia

Il complesso parrocchiale dedicato a San Giovanni Battista fu progettato dall’architetto romano Gustavo Giovannoni agli inizi degli anni ’30 del Novecento, in sostituzione delle due chiese preesistenti di San Lorenzo Martire (ubicata nei pressi delle Terme Romane, in riva al mare, lungo l’attuale Via Abate Tosti) e di San Giovanni Battista, edificata successivamente a partire dal 1566 che fiancheggiava a destra la Chiesa di San Lorenzo. Le due chiese originarie erano infatti contigue ma separate da un muro  demolito nel corso dell’Ottocento, dando così vita ad un’unica chiesa con due navate.

La crescita demografica e  l’aumento del numero di fedeli comportarono la necessità di un nuovo complesso parrocchiale e pertanto venne individuata a riguardo un’area più arretrata rispetto al sito originario, donata dall’Avv. Giuseppe Rubino. Così nel 1933, l’architetto Gustavo Giovannoni ne assumeva, a titolo gratuito, l’incarico per la progettazione. La chiesa venne ideata con pianta a croce latina, con cupola ed avancorpo caratterizzato da un’ampia serliana. L’impostazione architettonica classica della Chiesa si ricollega bene col  pensiero razionalista del progettista così dallo stesso espresso: “…il mio pensiero: bando alle mode effimere […] e ricerca di un razionalismo costruttivo, senza che questa ricerca ci faccia rompere i ponti con il passato ed interrompa il filo di una mirabile tradizione continua per la quale ancora in parte l’Italia domina il mondo. […] L’architetto deve essere anzitutto un costruttore e dalla struttura profondamente intesa devono derivare le forme: fare l’inverso con l’immaginare la composizione astratta, il prospetto vuoto […] è procedimento irrazionale, da cui il giovane non riuscirà mai più a guarire.”

La costruzione della chiesa, inoltre, s’inserisce in un contesto più ampio del Risanamento del quartiere di Maiorino attraverso un’accurata opera di diradamento del tessuto edilizio storico. Giovannoni, che lavorava contestualmente al PRG di Formia insieme all’ingegnere Remo Lorenzani già dal 1928, aveva previsto una nuova arteria stradale lungo cui si sarebbe dovuta collocare un’ampia piazza che accoglieva la nuova chiesa di San Giovanni. In asse,poi , pose un breve rettilineo che metteva in relazione visiva la Torre di Mola (icona della città di Formia) con la nuova chiesa, divenendo essa così il vero e proprio fulcro dell’impianto urbanistico. 

I lavori iniziarono nel maggio del 1936 ma vi furono problemi economici ed alcune controversie con la proprietà dell’area. Successivamente gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale bloccarono il cantiere nel quale si erano solamente gettate le fondamenta. La costruzione riprese solo nel 1948 con un primo contributo dello Stato di 12 milioni con affidamento dei lavori all’impresa Schiavio di Roma. Nel 1947 l’architetto Giovannoni morì e il suo progetto non venne portato a termine in quanto ritenuto troppo costoso. Nel 1948 venne approvata dalla Pontificia Commissione di Arte Sacra la nuova soluzione progettuale dell’architetto Giuseppe Zander. Quest’ultimo, con la consulenza dell’architetto Marcello Piacentini, presentò una rielaborazione del progetto di Giovannoni del 1941-1942. Nel 1951 i lavori terminarono ma solo il 23 Giugno del 1967 venne consacrata la nuova chiesa dedicata esclusivamente a San Giovanni Battista.

La pianta è a navata unica coperta da una volta a botte che poggia su arcate a tutto sesto trasversali sorrette da pilastri. In fondo alla navata centrale è presente l’abside semicircolare occupato dal presbiterio, rialzato tramite alcuni gradini rispetto al resto della chiesa.

Di seguito si riportano alcune misure significative della chiesa:

Lunghezza totale: 52,97 m

Lunghezza della navata: 30,60 m

Larghezza della navata: 18,90 m

Larghezza dell’avancorpo: 15,50 m

Raggio dell’abside: 5,20 m

PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea

Il Padiglione fu progettato da Ignazio Gardella nel 1947 su richiesta del Comune di Milano, che individua nell’ex Scuderia della Villa Reale, distrutte precedentemente nei bombardamenti del 1943, uno spazio adatto ad ospitare il museo d’arte contemporanea. Successivamente, nel 1993, l’edifico è stato danneggiato dall’esplosione di una bomba e dal 1994 al 1999 è stato di conseguenza sottoposto a un intervento di ricostruzione e restauro ad opera dello stesso Gardella. Quest’ultimo, oltre ad occuparsi della ricostruzione, ha apportato significative migliorie tecniche rendendo gli spazi espositivi all’avanguardia.

Tale museo si articola attorno ad un volume centrale su tre livelli, il più basso dei quali dialoga, attraverso la grande e luminosa vetrata, con lo splendido giardino della Villa Reale. I limiti perimetrali sono quelli originari delle ex scuderie e creano un’area trapezoidale suddivisa in tre livelli verticali, differenziati come volumi luminosi.

Il primo livello si rapporta con il parco attraverso una grande vetrata, e fu inizialmente progettato per ospitare opere di scultura. Poi si arriva ad un leggero dislivello, pensato per ospitare la pittura che riceve luce dall’alto attraverso dei lucernai. Il mezzanino, originariamente destinato all’esposizione di disegni, stampe, fotografia ed oggettistica, è una galleria rettangolare sopraelevata, illuminata con luce artificiale. I tre spazi dialogano intorno ad un volume centrale che li polarizza e li tiene in rapporto reciproco.

Lotto XXIV, Casa modello 9

L’intervento si caratterizza nell’accento dato al ruolo della quinta su strada dove le scale esterne scavano il volume edilizio.Gli ingressi delle abitazioni centrali sono marcati da due elementi aggettanti ad L rovesciata, che per la loro astrattezza ricordano il neoplasticismo olandese. Entrambe le scelte architettoniche donano al prospetto forti chiaroscuri e segnalano in facciata le singole unità abitative. E’ da notare che la stessa tipologia, contenente due alloggi sovrapposti, utilizzata singolarmente a risolvere l’angolo del lotto sulla piazza (case modello 4 e 8), è qui duplicata ed aggregata alle abitazioni centrali, di due piano con scala interna, per formare un’unità, nell’edificio a sei alloggi.

Oggi il prospetto risulta modificato per le personalizzazioni fatte nel tempo dai residenti e qualcosa dell’immagine originaria è andata perduta.

( Pietro Fumo )