Quartiere Harar

Il quartiere Harar, commissionato da INA-Casa, è stato realizzato tra il 1950 e il 1955 in prossimità dello stadio San Siro a Milano. È delimitato da via Harar, via Novara e via San Giusto.
A questo progetto hanno contribuito diversi architetti, tra cui Giò Ponti, Luigi Figini, Gino Pollini e Piero Bottoni.
Il quartiere prevede 942 alloggi per 5.500 abitanti ed è articolato secondo due tipologie edilizie: dodici “insulae” e nove “grattacieli orizzontali”, caratterizzate da una forma geometrica rettangolare, con piccole variazioni dimensionali. Le prime sono case unifamiliari, questi ultimi sono edifici in linea diversi per numero di piani e taglio degli alloggi e fanno da contorno ad uno spazio centrale destinato ad ospitare negozi e servizi pubblici. La viabilità, organizzata da una serie di percorsi pedonali che attraversano le aree verdi, consente di raggiungere i grattacieli che evidenziano il fulcro del quartiere, attorno al quale sono organizzati i lotti su cui si dispongono le insulae, delimitate da giardini privati. Le due tipologie edilizie sono connotate da una notevole differenza legata al loro stile architettonico: mentre gli edifici in linea riprendono uno stile razionalista, le case unifamiliari fanno riferimento ad un’edilizia rurale. L’obiettivo dei progettisti era quello di rappresentare l’evoluzione della campagna verso l’ambiente urbano.
Le insulae presentano una notevole varietà per quanto riguarda gli aspetti formali: tra le più interessanti ci sono quelle realizzate da Luigi Figini e Gino Pollini, collocate all’estremità sud e ovest del quartiere. Alcune sono strutturate attorno ad un’ ampia zona giorno a doppia altezza che si conclude con un tetto a falda unica inclinata. Una scala interna collocata nella zona giorno consente di accedere alla zona notte. Altre si sviluppano su un unico piano, al quale si accede mediante una loggia che conduce alla zona giorno, composta da soggiorno e cucina, mentre attraverso un corridoio si accede alla zona notte, che prevede quattro camere da letto con bagno. La particolarità di queste abitazioni è dovuta alla differenza di altezze tra le varie zone della casa, che generano uno sdoppiamento del tetto a falda. Le insulae della prima tipologia sono affiancate tra loro e generano un disegno sfalsato, mentre le insulae della seconda tipologia sono indipendenti.
Uno dei grattacieli analizzati, realizzato da Figini e Pollini, è costituito da tre serie di alloggi in duplex sovrapposti e un piano terreno porticato. Il prospetto nord è articolato secondo una distribuzione a fasce orizzontali nel quale domina l’elemento del ballatoio. Nel prospetto sud viene messo in evidenza il telaio strutturale, realizzato in calcestruzzo a vista, mentre l’involucro esterno crea una sottrazione di volume tra il telaio e l’edificio, che restituisce la misura della doppia altezza del soggiorno.
I diversi architetti che si sono susseguiti nella realizzazione degli edifici del quartiere hanno studiato uno spazio che suggerisce un’idea di dinamicità, dovuto dalla presenza di edifici in linea disposti in modo parallelo e ortogonale alla stessa via Harar utilizzata come maglia progettuale di riferimento.

Palazzo della Civiltà Italiana

Il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR è sicuramente “il monumento più discusso, meno amato, ma anche più familiare e famoso della Roma moderna” (Sergio Poretti). Da un lato la sua difficile identità funzionale lo ha reso sempre un oggetto misterioso e spesso inutilizzato, al contrario la sua figura così perfetta ed inequivocabile ha trasformato il Palazzo nel monumento simbolo di un quartiere e forse, impropriamente, di un preciso periodo storico.

Nel Luglio del 1937 viene bandito un concorso nazionale per la seconda delle quattro principali costruzioni permanenti dell’Esposizione universale di Roma in occasione del ventennale fascista (il programma comprende, oltre al palazzo, quello dei Ricevimenti e dei Congressi, la Piazza Imperiale e la Piazza ed Edifici delle Forze armate). Il palazzo deve inizialmente ospitare la mostra della civiltà italiana, ed in seguito trasformarsi in museo permanente della civiltà italiana.

Al termine del concorso vengono consegnati cinquantatre progetti. Tra i membri della commissione, oltre a Marcello Piacentini, deus ex machina dell’architettura del ventennio, figurano Giuseppe Pagano, Giovanni Michelucci e Piero Portaluppi.

I lavori della giuria si concludono il 16 Dicembre dello stesso anno. I cinque finalisti sono Ugo Luccichenti, Mario Ridolfi, Umberto Nordio e due raggruppamenti, il primo formato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgioioso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers e Gaetano Ciocca, il secondo da Giovanni Guerrini, Ernesto La Padula e Mario Romano. La commissione, all’unanimità, assegna il primo premio al progetto del gruppo Guerrini, La Padula, Romano.

I risultati del concorso mostrano il deciso trapasso del razionalismo europeo a favore di una ricerca compositiva più figurativa e più direttamente legata all’antichità classica. Il progetto vincitore, infatti, come molti altri progetti presentati, allude chiaramente ai grandi tempi del passato, costruito su un alto basamento, in cui “l’elemento dell’arco romano […] è stato adottato nei suoi classici rapporti e composto in un ritmo che si manifesta come massa unitaria e modernissima” (dalla relazione di progetto). Come documentato nella fitta corrispondenza epistolare, non poche sono le modifiche apportate da Piacentini al progetto di concorso: non più otto piani con file di tredici archi, ma sei piani con 9 arcate per piano, il coronamento è sormontato da un’ampia fascia piena, tuttavia la proposta piacentiniana di inserire un grande portale centrale in corrispondenza dell’ingresso non viene recepita dai progettisti, come quella di decorare le volte dei porticati.

Lo stile del regime impone all’edificio il suo rivestimento: dal 1938 vengono infatti banditi il cemento ed il ferro per gli edifici, a favore dei tradizionali materiali lapidei italiani. Tuttavia questo nuovo colosseo quadrato è un ibrido costruttivo “autarchicamente imperfetto […] in esso convivono in modo apparentemente contraddittorio la muratura con lo scheletro di cemento armato, il rivestimento lapideo con igrandi serramenti in acciaio, i solai laterocementizi con i lucernarui di vetrocemento” (Rosalia Vittorini).

Albergo-rifugio per ragazzi Pirovano

Nel 1946 l’amico alpinista Giuseppe Pirovano commissiona ad Albini il progetto di una casa unifamiliare con annessa scuola sci. Poco dopo l’incarico si trasforma nell’Albergo-rifugio per ragazzi realizzato in collaborazione con Luigi Colombini.

L’opera può essere considerata il manifesto delle aspirazioni dell’architettura italiana del primo dopoguerra sul tema della tradizione e del rapporto con la storia. L’Albergo-rifugio Pirovano di Cervinia è emblematico di questa volontà di portare l’elemento della tradizione ad essere “accolto dalla sensibilità moderna”.

Il tema del ‘fuori scala’ e della contaminazione produce una ‘deformazione’  della tradizionale baita valdostana, formata da una struttura lignea leggera in larice posta su sostegni in legno e giganti pilastri conici in muratura in pietra che terminano con capitelli in legno e pietra finemente sagomati ‘a fungo’. La sagomatura dei tavoloni favorisce l’incastro e la scanalatura è stata riempita di lana di vetro. Attraverso un muro di contenimento che comprendeva una doppia parete in cemento con un’intercapedine,  per proteggere dall’umidità e consentire il drenaggio dell’acqua, rese abitabili i tre piani inferiori.

Il risultato è stato un nuovo ibrido moderno. I tre piani inferiori sono stati costruiti con muri portanti in pietra a vista, che ricordano due dei progetti precedenti di Albini, la sua installazione alla Triennale, “Room for a Man” (1936), e la mensa operaia delle “Officine Elettrochimiche Trentine” a Ivrea (1940-43).

I quattro caratteristici pilastri rastremati in pietra, che scandiscono la tripartizione del prospetto, generano deformazioni prospettiche forzate. Le ampie balconate e le aperture ‘a nastro’ sono indice di una libertà progettuale che Franco Albini ha tradotto con maestria in soluzioni che si avvicinano al moderno.

Nel 1951 sulla rivista ‘Edilizia moderna’, Albini definisce così il suo progetto: ‘Non occorre certamente precisare che non si vuol parlare di architettura folcloristica, ma di un’architettura che non sia ambientalmente,e quindi urbanisticamente, indifferenziata, e, ancora una volta, si vuol dire che l’architettura moderna non consiste nell’uso dei materiali e di procedimenti costruttivi nuovi, ma che tutti i mezzi costruttivi sono validi in tutti i tempi purché logici e ancora efficienti’.

I negozi occupavano il piano terra del rifugio, mentre il secondo piano ospitava le funzioni di reception, cucina, personale e servizio; le attività di ristorazione e ricreazione si trovavano al terzo livello. Il piano pubblico era raggiungibile dalle zone notte da una serie di piccole scale aperte in legno che scendevano dallo chalet. I due piani superiori offrivano camere da letto frugali, bagni in comune e un  piano sottotetto, occupato da altre camere per ragazzi.

L’estetica degli interni in tutto l’ostello è ‘rustica’, tipica delle baite. Nonostante ciò, rivela la sottigliezza di Albini nel risolvere con eleganza e funzionalità le parti meno visibili, ma essenziali, come i giunti e i dettagli. Tutto è disegnato nei minimi particolari, con un’attenzione che include soluzioni distributive ed elementi di arredo (due camini in arenaria, armadi a muro, scaffalature, tavoli e sedili in legno), nella convinzione che la modernità non risieda in uno stile ma nell’esattezza dell’esecuzione.

Complesso di abitazioni popolari alla Giudecca

L’insediamento affaccia a nord sul canale della Giudecca ed a sud si relaziona con il Mulino dello Stucky, un’edilizia di modeste dimensioni ed aree industriali dismesse che completano il contesto. Il complesso si sviluppa in maniera longitudinale, da ovest ad est, seguendo il tracciato della calle dei Lavraneri, e si basa su tre tipologie edilizie che si compongono entro un reticolo modulare quadrato.

Agli estremi ovest ed est ci sono 5 edifici in linea alti quattro piani, “le torri”, le quali si presentano, lungo il canale, come un’unica massa muraria ritmata verticalmente dagli arretramenti delle terrazze e dal timpano interrotto. Il corpo centrale, ad alta densità, risulta costituito da tre fasce di alloggi, detti “a tappeto”, con direzione est-ovest e con altezza decrescente da 4 a 2 piani da nord verso sud; queste fasce compongono una piastra lunga circa 100 metri e larga 35. A sud invece una fila di alloggi a schiera alti due piani chiude il complesso e rappresenta il margine con la laguna. Da questo schema geometrico vengono sottratti volumi per creare vuoti e spazi comuni quali il campo, il sottoportico, la calle, il campiello e la corte, dando luogo ad una ricchezza di situazioni spaziali che si richiama alla tradizione locale.

L’insediamento residenziale è di 94 alloggi da 46 a 90 metri quadri, per circa 36.000 metri cubi complessivi e si estende a “tappeto”, inclinato verso sud in modo da garantire a tutti gli alloggi una vista sulla laguna. Ad una prima visione ciò che colpisce immediatamente è la profonda analogia tettonica con l’edilizia industriale caratteristica dell’isola, il percorso di accesso alle singole abitazioni è caratterizzato dalla presenza fisica dei muri, la quale andrà aumentando, rinforzando la sensazione di intimità.

I muri guidano il passo e inquadrano la visione dell’architettura, quasi sempre obliqua: la sequenza di ingresso prepara così a una scoperta graduale “dell’altro” muro, visibile su tutta la lunghezza solo quando si arriva quasi a toccarlo, ne consegue che l’ortogonalità del sistema distributivo non è quella rigida e neutrale di una scacchiera ma piuttosto una rete sottile di eccezioni e differenze che viene percepito nell’esperienza del percorso. Il carattere familiare dello spazio pubblico di deambulazione induce a percepirlo come un’unica continua e articolata anticamera delle abitazioni mentre la dinamica del percorso di penetrazione procede secondo una regressione di luce passando dal chiaro del canale all’ombra della casa, mentre all’interno dell’abitazione il percorso procede secondo una dinamica contraria: più si sale e più aumenta l’intensità dell’Illuminazione.

La ricchezza spaziale viene sottolineata dal forte contrasto tra l’introspezione della pianta ai livelli inferiori, con le stanze affacciate sul cortiletto e l’apertura dello sguardo verso la laguna all’ultimo piano. La variazione delle connessioni di luce, l’altezza e forma dei soffitti, la disposizione dei terrazzini appaiono così evidenti da far dimenticare la legge di ripetizione sulla quale si fonda il disegno delle piante.

Particolare interesse ed attenzione merita l’utilizzo dei materiali; il mattone, di una tonalità rosa chiara che rende più leggera e luminosa la massa muraria  è predominante in tutto il progetto e viene scandito in alcuni casi da riquadrature in cemento a vista di colore bianco che impaginano le facciate sottolineando l’articolazione dei volumi. Il risultato complessivo è un insieme cromatico molto equilibrato in giusto rapporto con la mutevolezza luminosa e la percezione visiva tra volumi e colori, tipica dell’ambiente lagunare.

Unità residenziale UNRRA-CASAS, San Basilio

Situato a circa 15 chilometri dal centro di Roma, sulla via Tiburtina, il ‘’villaggio’’ San Basilio sembra essere una realtà totalmente avulsa dalla sconfinata periferia romana per i riecheggiamenti rurali che evoca. Fu costruito grazie ai finanziamenti dell’ente UNRRA-CASAS tra 1951 il 1954 su progetto di Mario Fiorentino, per l’impianto urbanistico ed edilizio, e Serena Boselli, per i servizi collettivi.

Il quartiere presenta tre tipi edilizi unifamiliari, simplex e duplex, di cui due disposti a schiera con due o tre stanze da letto, e il terzo con quattro alloggi per blocco. Ogni appartamento possiede un accesso indipendente e un orto-giardino che varia dai 150 ai 200 mq.
Le case sono aggregate in modo tale da formare delle corti aperte che individuano delle unità di vicinato definite, collegate tra loro tramite un sistema viario interno esclusivamente a servizio delle residenze.

L’impianto urbanistico da luogo ad  una struttura viaria elementare costituita dall’intersezione a raso tra via San Benedetto del Tronto e via Civitanova Marche (che individuano l’asse Nord-Sud del quartiere) e via San Severino Marche (asse Est-Ovest) che collega il quartiere alle altre aree residenziali limitrofe. I due assi principali delimitano quattro isolati, a loro volta uniti in due nuclei di dimensioni maggiori, al centro dei quali sono posizionati il centro sociale, l’asilo e dei negozi; progettati dalla Boselli ma realizzati soltanto in parte.

Le stereometrie delle case aggregate sono semplici e lineari, parallelepipedi sormontati da tetti a doppio spiovente, con manto in tegole alla romana,  che trovano nello studio dei particolari e nel sapiente tentativo di utilizzare voci dell’architettura tradizionale la loro espressività essenziale.
La struttura delle abitazioni è in muratura ordinaria mista, con solai gettati in opera. Le pareti sono variamente colorate (rosso, giallo, violaceo) mentre le finestre e il confine tra ogni unità edilizia sono delimitati da fasce di bianche.

Quartiere di Rozzol Melara

Il quadrilatero Rozzol Melara” si trova sul lato orientale di Trieste (4 km a est del centro), sul pendio della collina esposta ai venti del nord, in una posizione panoramica verso il golfo di Trieste, in cima a una valle che domina la città e il mare, a poco più di 200 metri di altitudine. A causa delle sue dimensioni gigantesche, questo enorme complesso residenziale caratterizza fortemente il paesaggio urbano della città  e diventa il protagonista dell’orizzonte di Trieste da un lato all’altro del golfo. Questa condizione fu parzialmente modificata dalla successiva costruzione di ulteriori alloggi sociali, insieme ai confini nord e ovest del complesso, nonché di piccole case sparse sul pendio della valle del Rozzol.

Gli obiettivi principali erano di costruire un’area urbana semi-indipendente, piuttosto che un semplice edificio residenziale, dotato di tutti i bisogni di base (negozi, scuole, strutture pubbliche) ; e di creare, attraverso abitazioni ad alta densità, un epicentro per lo sviluppo futuro di un ambiente più ampio che gravitasse intorno al complesso.

Il progetto è costituito da due corpi a forma di L, uno di doppia altezza rispetto all’altro, raggruppati attorno ad una grande corte al centro. Le due ali sono collegate da un sistema di passaggi coperti e servizi collettivi, formando una grande croce nel cortile centrale.

Il grande quadrato della corte centrale è lambito lateralmente da due arterie principali (via Carlo Forlanini e via C. de Marchesetti) che si collegano direttamente al percorso interno di via Louis Pasteur, una strada diagonale attraversa il cortile e serve un garage sotterraneo a due piani. Questo sistema di percorsi rende aperto il quartiere trasformando la corte centrale in un luogo per la città e mettendolo facilmente in collegamento con il centro di Trieste. Gli edifici poggiano su pilastri alti per gestire la differenza di altezza della collina, consentendo il passaggio diretto dal cortile verso l’esterno e viceversa.

L’immagine del progetto è sicuramente quella di un edificio compatto e unitario sia in termini funzionali che in termini architettonici e formali, sempre secondo una grande idea di monumentalità. Le facciate, completamente realizzata in cemento armato a facciavista sono scandite da piloni verticali distanziati di 15 metri, che scendono fin al piano terreno e creano dei grandi porticati, definendo così un marcato attacco a terra dell’edificio. La geometria del dispositivo della scatola offre immediatamente all’occhio, gli elementi formali essenziali che rivelano il modo di vivere degli abitanti.

Il primo livello è occupato da un piano ospitante attività commerciali e da una promenade di circa 4 metri di larghezza sopraelevata da terra. Il ruolo commerciale affianca quello di passeggiata panoramica e di accesso ai sistemi di risalita. Infatti, su questo percorso si innestano tutti i vani scala per l’accesso ai piani residenziali.

Tale percorso è accessibile tramite una passerella sospesa coperta che taglia l’intera corte e finisce in quota all’esterno, anch’essa attrezzata con negozi per beni di prima necessità. Gli alloggi, tutti mediamente di 80,00 metri quadrati, sono in linea e con doppio affaccio verso l’interno della corte e verso l’esterno. Quindi godono di molta luce e di una vista panoramica della città, del mare e della collina. Le grandi logge definiscono un disegno di facciata estremamente lineare e pulito che si ripete sia all’interno che all’esterno.

La griglia che disegna l’intero progetto divide gli spazi, organizza i percorsi e gestisce la relazione tra spazio pubblico e spazio privato. Lo spazio aperto mirava a consolidare le relazioni all’interno della comunità. Gli spazi creati sono tipicamente urbani (la piazza, la strada pedonale). Ci  sono luoghi per organizzare gli eventi sociali per l’intero quartiere, come un auditorium posizionato vicino al centro sociale situato all’incrocio dei servizi. Alcuni di questi spazi collettivi non sono stati progettati per ospitare strutture ma incoraggiano il coinvolgimento degli abitanti nella creazione del loro ambiente di vita. Dopo aver identificato le categorie di residenti e le loro esigenze, varie aree aperte sono state progettate per adattarsi a fasce d’età diverse. Nelle intenzioni dei progettisti questo aggregato di cellule, unito agli spazi collettivi e alimentato dall’alta densità di abitanti, avrebbe permesso di sviluppare “nel modo più conveniente” le relazioni sociali.

Rosta Nova INA-CASA

Il Quartiere INA-CASA Rosta Nuova, realizzato a Reggio Emilia nel 1956 dagli architetti Franco Albini, Enea Manfredini e Franca Helg, è un Piano Particolareggiato subordinato al P.R.G. del 1949 redatto da Albini, Castiglioni e De Carlo. Il progetto svela la sua natura già dalla proposta planimetrica: un controllo distributivo lineare attorno ad un’ asse viario centrale, l’ attuale Via Jòzef Wybicki. Il progetto venne sviluppato in un’ area tra città e campagna, connotata prevalentemente dalla presenza di case monofamiliari, verso le quali gli architetti non si sono posti con un atteggiamento di distacco ma di continuità, non volendo creare una realtà sociale del tutto aliena a quella preesistente. Gli edifici in linea, realizzati in mattoni faccia vista e cemento armato, si connettono a quelli pubblici senza rotture, identificando così un tessuto omogeneo, il cui fulcro compositivo è costituito dalla piazza che ne diventa l’ elemento aggregativo. Il piano di edilizia residenziale prevedeva la realizzazione di 516 alloggi e 38 negozi, dotando quindi l’ area dei servizi necessari ma mantenendo un forte carattere di ” paese “, che si conserva tuttora assieme ad un forte senso d’ appartenenza degli abitanti, grazie alla collaborazione che esiste tra scala sociale e scala architettonica. Questo progetto risulta essere, infatti, uno fra i più riusciti di quelli dell’ INA-CASA, sia a livello architettonico, sia a livello sociale.

Casa del Sole

“E’ un piroscafo sulla neve, gli chalet sono invece barchette. E’ l’inclemenza dell’elemento che ci riunisce; l’unione fa la forza, nel mare e sull’alta montagna.”

Così Carlo Mollino cita la sua opera a Cervinia, località che stava per divenire una meta turistica tra le più famose nelle Alpi.

Realizzata tra il 1947 e il 1955 era idealmente un “villaggio verticale” autonomo come servizi e, piu’ importante, e’ tecnicamente, economicamente e amministrativamente architettura moderna  in quanto corrisponde al lavoro e costume dell’epoca. Con riferimento, al suo gia’ progettato Centro sportivo in verticale Quota 2600 antecedente al ’45, Mollino propone una costruzione alta, dominante sul paesaggio ma legata al luogo.

La struttura è in ferro invece il rivestimento insieme ai tramezzi interni sono in lastre di laterizio: guscio riempito di cemento per necessità di isolamento acustico e termico.

Caratteristica peculiare oltre i piani tipo, che si susseguono fino in sommità, divisi in due alloggi di tre locali più servizi che si aprono sulla facciata a terrazze, è la villa di sei locali, più servizi, isolata a 35 metri di altezza, divisa in un piano superiore con le camere da letto e la terrazza e un piano sottostante in cui si possono vedere il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina e altri servizi.

Centro di Monitoraggio e Investigazione e alloggi per ricercatori di Furnas

Il progetto intende evocare il paesaggio architettonico delle Azzorre, attingendo alla forma e alla materia che incarnano la memoria collettiva di quest’isola e dell’arcipelago, che sono diventati, con il tempo, una seconda natura di questo luogo. Pertanto, gli edifici sono volumi archetipici, semplici e compatti, rivestiti con la pietra basaltica locale.

Il centro di monitoraggio e investigazione di Furnas
Questo edificio si afferma come il più grande del gruppo da costruire attorno alla laguna. Il Centro di monitoraggio e investigazione di Furnas disegna uno spazio intermedio tra l’esterno e l’interno: il cortile. Questo elemento risulta da una sottrazione al volume, tagliandolo dall’interno della zona centrale (il vertice dei quattro campi del tetto) al limite esterno di una facciata, consentendo così l’accesso all’interno. Questo cortile interno diventa anche il punto in cui vengono rivelati i principali compartimenti interni. Questi spazi, troncati dalla sottrazione che definisce il cortile, mantengono tutte le relazioni tra interno / esterno. L’edificio è stato quindi concepito come una scultura, come un blocco di materia prima che viene intenzionalmente tagliato per catturare la luce e la stessa laguna.

Alloggio per ricercatori
L’edificio per l’alloggio temporaneo è un volume compatto di quattro campi suddivisi in quattro unità. L’edificio è tagliato in ciascuna delle quattro facciate da una soglia in legno che consente la penetrazione della luce e l’accesso a ciascuna delle unità di alloggio. Esiste una gerarchia stabilita di altezze tra i quattro spazi relativi all’orientamento solare di ciascuna unità. Il muro esterno dell’edificio è strutturale, dove le infrastrutture e i servizi necessari funzionano in opposizione alle leggere pareti interne in legno.

( Tratto dal Progettista ) 

 

(EN)

The project intends to evoke the architectural landscape of the Azores, drawing upon the form and material that embed the collective memory of this island and archipelago, that have become, with time, a second nature of this place. Therefore, the buildings are archetypal volumes, simple and compact, clad with the local basaltic stone.

The Furnas Monitoring and Investigation Centre

This building asserts itself as the largest of the group to build around the lagoon. Being the most exceptional building, the Furnas Monitoring and Investigation Centre draws on an intermediate space between exterior and interior – the courtyard. This element results from a subtraction to the volume, cutting it from within the central zone (the vertex of the four roof fields) to the exterior limit of a facade thus enabling access to the interior. This internal courtyard also becomes the point where the main internal compartments are revealed. These spaces, truncated by the subtraction that defines the courtyard maintain all relations between interior/exterior. The building was therefore conceived as a sculpture, as a block of raw matter that is intentionally cut into to capture light and the lagoon itself.

 

 

Accommodation for researchers

The building for temporary accommodation is a compact volume of four fields compartmentalised into four units. The building is cut in each of the four facades by a wooden threshold that enables the penetration of light and access to each of the accommodation units. There is an established hierarchy of heights between the four spaces related to the solar orientation of each unit. The exterior wall of the building is structural where the necessary infrastructures and services run as oppose to the light interior timber walls.

 

(Taken from the Designer)

Casa Turini

Situata nel punto più alto di un terreno in pendio della campagna toscana, tra il bosco e la strada, la casa è il frutto della ristrutturazione di due corpi, ad un piano, vicini e paralleli, realizzati negli anni Settanta. Il rapporto con il luogo è stabilito da tre elementi principali; un lungo percorso pedonale parallelo alla strada che, dall’ingresso, intersecando i due volumi preesistenti, misura il lotto stretto e lungo di forma rettangolare; la grande copertura a tetto in legno lamellare, che segue l’andamento del terreno, degradante verso ovest; le vetrate a tutta altezza sul prospetto a sud-ovest, che stabiliscono la continuità dello spazio dei soggiorni verso il bosco e il paesaggio.


I progettisti mantengono distinti i due volumi preesistenti, separati dal vuoto centrale: l’unità della composizione è data dal percorso che li collega e dai due tetti, elementi preponderanti, ciascuno dei quali costituito da due parti piane ad altezze diverse, collegate da un’unica falda inclinata, poggiante su due travi binate laterali, con bordature alte per nascondere i pannelli fotovoltaici.
La distribuzione interna è definita dalla linea del percorso, che si sdoppia in corrispondenza dell’ingresso, per fare posto, al centro della casa, alla scala. Il percorso, nel tratto all’interno della casa, è illuminato da lucernari e delimitato da pareti attrezzate. A nord-est ci sono le camere da letto con i servizi e la scala alla marinara, che conduce nel sottotetto, a sud-ovest i soggiorni, uno per ognuno dei due volumi preesistenti, di dimensioni diverse, con il tetto a vista. Nel soggiorno più grande, protagonisti dello spazio sono la cucina a penisola e il camino appeso. 


Il fronte su strada, a due piani, corrispondente alla zona notte, presenta poche bucature; quello sul retro ad un piano, corrispondente ai soggiorni, è vetrato verso la campagna e l’oliveto.
La continuità visiva tra spazio interno e spazio esterno e l’apertura verso il paesaggio è stabilita anche dai diaframmi trasparenti in corrispondenza degli accessi, diametralmente opposti, del percorso e ai suoi margini laterali in corrispondenza dello spazio aperto centrale.
La bicromia, su cui è impostato tutto il progetto, sia all’interno che all’esterno, trova corrispondenza nelle linee essenziali dell’insieme.