Alessandra Muntoni + Marcello Pazzaglini
Paolo Marcoaldi
Maria Luigia Micalella
Roma , 2013
Intervista agli architetti Marcello Pazzaglini e Alessandra Muntoni realizzata nell'ambito del ciclo di mostre "4coppie2figure" del Dottorato di Ricerca in "Architettura - Teorie e Progetto".

Autori: arch. Paolo Marcoaldi, arch. Maria Luigia Micalella
Coordinatore del ciclo di mostre: prof. arch. Orazio Carpenzano

Direttore del Dipartimento di Architettura e Progetto: prof. arch. Piero Ostilio Rossi
Coordinatore del Dottorato: prof. arch. Antonino Saggio.

Video realizzato in collaborazione con il Laboratorio LaMɅ - Direttore prof. arch. Rosalba Belibani

TESTO

Avete frequentato l’Università di Roma negli anni ‘60. Ora come allora gli studenti sentono la necessità di un profondo rinnovamento culturale. Partendo dalla vostra esperienza in qualità di studenti di questa Facoltà in che modo i giovani possono perseguire una istruzione adeguata alle esigenze della società contemporanea?
[Alessandra Muntoni] “E’ una domanda molto difficile. Noi abbiamo cominciato a fare battaglie contro la Facoltà che avevamo trovato negli anni ‘60 e l’abbiamo lasciata in questi ultimi anni con problemi analoghi, perfino più gravi. Può sembrare che tutte le nostre battaglie siano state sbagliate. C’è però una cosa che gli studenti devono sapere: la strada deve essere individuata da loro, ma devono comunque trovare con i docenti un rapporto dialogico. Le due strade si devono incontrare, mentre oggi si stanno ancora più separando. I miei ultimi anni di docenza mi hanno fatto toccare con mano la distanza tra la mia generazione e quella dei miei giovanissimi studenti, quindi credo che sia un rapporto molto difficile che non si risolve tra l’altro all’interno solo dell’Università. Se gli studenti parlano solo di Facoltà e i docenti sono stretti soltanto in questo recinto, io credo che la soluzione non si possa trovare, bisogna allargare il campo e rimescolare problemi che confluiscono nell’Università ma che si rivolgono alla società.”
[Marcello Pazzaglini] “La situazione attuale è profondamente diversa rispetto a quella in cui abbiamo frequentato la Facoltà in qualità di studenti [...]. C’è una differenza in particolare che mi ha sempre colpito: quando noi abbiamo frequentato l’Università sentivamo di dover fare una scelta del campo culturale sulla quale ci si doveva impegnare; ad esempio noi abbiamo scelto le avanguardie, non solo dal punto di vista delle configurazioni ma anche delle ricerche e dell’uso di tecnologie avanzate. Attualmente per gli studenti c’è una equivalenza fra le tante proposte e questo non è un bene. Il mio sforzo continuo sia nei laboratori che all’interno dei seminari di dottorato è quello di invitare gli studenti a fare una scelta, magari scontrandosi anche con la docenza e con le conseguenze di questa scelta; come non fu d’accordo con noi la docenza quando, in qualità di studenti, proponemmo il progetto un pattern metamorfico. Questa condizione di indifferenza va contrastata introducendo una mentalità critica attraverso un filtro col quale guardare i riferimenti architettonici”.

Che libro consigliereste ad uno studente e quale non fareste mai leggere?
[AM] “Un libro di architettura oppure un libro di letteratura? Nel primo caso proporrei Saper vedere l’architettura di Bruno Zevi. Per la letteratura invece proporrei Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk in cui ci sono tre capitoli straordinari sul rapporto tra disegno, verità, stile e tempo, che credo possano essere molto utili ad un giovane che si occupa di architettura. Ma non sconsiglierei nessun libro: credo infatti che si debba leggere tutto. Guai dire a qualcuno di non leggere un libro, perché probabilmente sarà quello il libro che leggerà a 70 anni e capirà di aver sbagliato tutto”.
[MP] “Ai miei studenti ho sempre consigliato la lettura di Verso un’architettura di Le Corbusier, ma deve essere una lettura critica per capire qual è il rapporto con la storia, quale è la ricerca sui sistemi formali, come si interpretano le immagini del mondo delle macchine. Bisogna che la lettura sia affrontata dal punto di vista del contesto ma anche delle suggestioni che si possono ricavare da questo libro. Ci sono dei libri che io consiglierei però dopo aver fatto una chiara scelta. Alcuni libri possono provocare delle interpretazioni equivoche, ad esempio Complessità e contraddizioni nell’architettura di Robert Venturi. È un titolo bellissimo che però non trova una corrispondenza nei contenuti, che sono discutibili. Questo libro deve essere letto avendo quindi una chiara formazione critica. Invito inoltre gli studenti a fare attenzione alla struttura dei testi e alla loro organizzazione, in fondo un racconto è come una composizione architettonica, ed in questo possono ricevere molti suggerimenti”.

Qual è il rapporto instaurato tra voi e gli studenti durante i vostri insegnamenti?
[AM] “Recentemente ho sentito una conferenza di Gaetano Pesce che mi ha fatto molto meditare. Egli sosteneva che non bisogna insegnare quello che si sa, ma quello che non si sa; ed io mi sono chiesta, che cosa ho insegnato nella mia vita? Sicuramente ero molto più capace ad insegnare quello che sapevo. Quello che ho insegnato nelle mie lezioni di storia dell’architettura, partiva da un fare domande, al passato e al presente: ad esempio perché un architetto ha lavorato in un certo modo, perché un fruitore ha goduto, o al contrario, ha negato valore a quello spazio? Ma, facendo queste domande proponevo anche delle risposte. E questo forse è un errore, nel senso che io insegnavo quello che sapevo ed ho insegnato meno quello che non sapevo. Cosa vuol dire insegnare quello che non si sa? vuol dire che tu poni al tuo uditorio delle questioni, che hai estratto dal documento storico, ma le risposte le danno gli studenti o le troviamo insieme. Nel corso delle lezioni cercavo di mediare tra lezioni teoriche e visite ad alcune architetture, ma nel corso di queste visite raramente gli studenti ponevano domande, e proponevano questioni del tutto inaspettate. Ad esempio, durante una visita al Villaggio Olimpico, una studentessa esclamò: «Ma che puzza d’erba», come se l’erba fosse un odore sgradevole, mentre tutto quel contesto urbano era stato impostato come una architettura in un parco. Metteva così in discussione la stessa idea del progettista”.
[MP] “Io parto da una esperienza completamente diversa, in quanto dovevo insegnare agli studenti a progettare. Non mi sono mai posto molto il problema di cosa pensassero gli studenti; ciò che per me era importante era riuscire a portare gli studenti verso una strategia del progetto di cui ero convinto. L’obiettivo era quello di coinvolgere in un’esperienza legata alla ricerca formale gli studenti, che avrebbero poi l’anno successivo seguito un altro laboratorio, nel quale probabilmente si adottava una diversa impostazione. C’è da domandarsi se questo sia un aspetto positivo o negativo della formazione dello studente”.

Che cosa manca agli studenti più giovani o cosa si sente di suggerire loro?
[AM] “Credo che dobbiamo ribaltare il discorso. Cosa possiamo imparare dagli studenti? Sono convinta che gli studenti abbiano degli interessi in questo momento molto diversi da quelli dei docenti. I docenti continuano ad insegnare quello che sanno, e gli studenti trovano questo sapere molto lontano dai loro interessi. Gli studenti, però, non ci dicono quali sono i loro interessi e questo per noi è una grossa difficoltà, ma se noi cerchiamo di portarli esclusivamente verso quello che ci interessa facciamo un errore. L’uso delle nuove tecnologie da parte di questa generazione, ad esempio, rappresenta un nuovo sapere di cui difficilmente i giovani ci danno comunicazione. Se chiedi ad uno studente: «Che operazione stai facendo?», lui non te lo spiega, sà che si fa così ma non ti spiega come, mentre noi siamo stati abituati a spiegare. Ecco, forse la spiegazione non serve più. Siamo noi, però, a dover capire quali sono le direzioni mentali di questa ricerca e trovare un canale nel quale il nostro sapere ed il loro possano trovare un punto di intesa”.
[MP] “Gli studenti intuiscono che ci sono dei problemi complessi, ma questo tema della complessità sfugge loro. Fanno delle operazioni complesse però non riescono a padroneggiare queste operazioni. Ci sono due aspetti dai quali gli studenti sono attratti, come lo sono io. Il primo riguarda il mondo delle immagini che ci investono e che possiamo elaborare utilizzando le reti e gli strumenti digitali. Il secondo riguarda la possibilità, attraverso l’uso delle nuove tecnologie, di guardare a contesti sempre più ampi”.

Qual è il contributo più importante che avete fornito alla Facoltà di Architettura di Roma, che lasciate oggi dopo quarant’anni di insegnamento?
[AM] “Sarei tentata di dire nessuno. Forse qualche mio libro come quello recente su Luigi Moretti, che ho curato con Corrado Bozzoni e Daniela Fonti e quello che ho scritto su Roma tra le due guerre. In parte sono affezionata ad uno dei miei primi libri, una monografia sul Palais Stoclet di Josef Hoffmann. Per quanto riguarda, invece, la nostra architettura non ne vedo nessuna ripresa e neanche un riferimento nel lavoro degli studenti o dei docenti della Facoltà di Architettura”.
[MP] “Più che di contributo vorrei parlare dei campi nei quali mi sono maggiormente impegnato. In primo luogo l’ambito dell’architettura sostenibile, di cui sono uscite diverse pubblicazioni da me curate, vi è poi il lavoro del gruppo Metamorph, che ha svolto importanti ricerche. Un altro compito che mi ha coinvolto moltissimo è la direzione del Corso quinquennale. Infine c’è stata la direzione del Master in Gestione del Progetto Complesso, nel quale ho potuto verificare l’importanza dei rapporti internazionali e della conoscenza delle esperienze in altri paesi, essenziale per la formazione dell’architetto”.


INTERVISTA