Alfonso Giancotti | L’opera di Maurizio Sacripanti
Francesca Romana Forlini
Roma , 2014
Maurizio Sacripanti (Roma, 1916 - 1996) fu un architetto d'avanguardia e Ordinario di Composizione Architettonica nella Facoltà di Architettura dell'Università di Roma "La Sapienza". Progettista visionario, in grado di cogliere gli stimoli dell’epoca e tradurli in organismi architettonici mobili e aperti. Grazie alla qualità dei suoi disegni e di alcuni suoi progetti mai realizzati egli è oggi più che mai meritevole di ulteriori approfondimenti sulla sua poetica.
Questa intervista fa parte della mia ricerca di tesi di laurea nell'ambito del seminario “Il modello digitale per l’analisi e la rappresentazione dell’architettura” condotto dai professori Laura de Carlo e Piero Albisinni della Facoltà di Architettura della Sapienza Università di Roma. Tale ricerca é volta alla riscoperta della figura dell'Architetto Maurizio Sacripanti con approfondimento sul suo primo progetto degli anni '60 il Grattacielo Peugeot di Buenos Aires.
La tesi di laurea sarà disponibile online.

Alfonso Giancotti (1970) studia presso l’ENSA Paris-La Villette e a Roma presso la Facoltà di Architettura de “La Sapienza”, dove si laurea nel 1994. È docente di Progettazione architettonica presso la Facoltà di Architettura della “Sapienza” di Roma. È stato allievo e collaboratore di Maurizio Sacripanti, sulla cui opera è curatore di mostre e autore di numerose pubblicazioni. I suoi progetti e le sue opere sono pubblicati su riviste e volumi di architettura e hanno ricevuto diversi riconoscimenti, l’ultimo dei quali è l’inserimento di un Centro Sportivo in località Romanina all’interno della Guida dell’architettura moderna di Roma curata da P.O.Rossi. Dal 1995 è redattore della rivista Controspazio e dal 2007 della rivista (H)ortus della quale è direttore dal 2009 insieme a F.De Matteis con il quale nel 2009 ha fondato una collana dal titolo HortusBooks. Nel 2008 ha pubblicato una monografia che raccoglie i suoi progetti e le sue opere più significative. Dal 2012 è presidente del Comitato Tecnico-Scientifico della Casa dell’Architettura ed attualmente collabora con l’architetto B.Tschumi per il polo culturale ANIMA a Grottammare.

TESTO

Ho assisito ad una sua recente conferenza insieme all’architetto Bernard Tschumi. In quell’occasione ha citato, seppur brevemente, l’architetto Sacripanti. Segno che il maestro non l’ha mai abbandonata. So che lei ricorda con affetto l’esperienza nel suo studio di Piazza del Popolo e credo che Sacripanti non sia conosciuto e studiato come forse si dovrebbe. Volevo dunque chiederle: crede che la figura di questo straordinario architetto debba essere recuperata? Perché? E inoltre, quali ritiene che siano stati gli insegnamenti più importanti che Sacripanti le ha trasmesso?
Per quello che riguarda in qualche modo l’insegnamento che io ho tratto dalla lezione di Sacripanti, dalla mia frequentazione del suo studio e quelli che credo siano gli elementi di maggiore attualizzazione del suo pensiero, in primo luogo metterei questa forte volontà di credere nella visione e nell’immaginazione, come stumenti sia di lettura della realtà e dell’esistente ma anche e soprattutto come strumenti di progetto.
Questo porta come conseguenza il secondo punto che è quello di considerare come centrale ed indispensabile per ogni progetto il fatto che ci sia una invenzione di fondo, un’idea, una poesia, che deve esistere per forza alla base di ogni progetto e dalla quale un progetto non può assolutamente prescindere.
Da questo se ne deriva un altro elemento che è stato per me estremamente importante, il fatto che Sacripanti alla fine palesasse la necessità di passare da un metodo progettuale di tipo deduttivo ad un metodo progettuale di tipo induttivo, che era l’unica strategia per poter passare dall’estetica degli oggetti a un fattore più importante che invece è il processo generativo di quegli oggetti; porre attenzione al processo piuttosto che all’estetica dell’oggetto stesso o dell’opera di architettura.
E quindi questo si portava come corollario quello che in qualche modo è rimasto fisso nella poetica di Sacripanti e che oggi secondo me è di grandissima attualità, che è il tema di non progettare semplicmenete degli spazi e degli ambienti, ma quelle che lui chiama delle “alternative contestuali” all’interno delle quali noi possiamo trovare diverse collocazioni per quegli spazi e quegli ambienti o cambiare la natura degli spazi e degli ambienti, e credo che questo in qualche modo sia l’insegnamento che noi dobbiamo recuperare.

Ricordo che ci raccontò tempo fa che Maurizio Sacripanti era un personaggio piuttosto schietto e concreto. Parte di questo suo pragramtismo forse si rispecchia nella sua produzione architettonica, più specificamente nella sua volontà di proporre sempre una soluzione tecnica e strutturale del progetto (fino al livello di dettaglio). Nonostante ciò è indubbio che Sacripanti fosse strettamente a contatto con il mondo dell’arte dell’epoca (Perilli, Mafai ecc) non solo italiana, ma forse anche internazionale. Come descriverebbe dunque il rapporto di Sacripanti con il mondo dell’arte? Oppure cosa ne pensa del “Sacripanti-artista”?
Per quello che riguarda quello che è il rapporto di Sacripanti con le altre arti e discipline, è un passaggio estremamente interessante per quanto articolato. Diciamo che Sacripanti non aveva molti amici architetti e non amava frequentare gli architetti, preferiva frequentare gli artisti. I suoi amici architetti erano pochissimi, molti di più i suoi amici artisti.
L’idea di arte è un’idea molto più ampia, per cui all’interno delle discipline artistiche per Sacripanti entravano a pieno titolo la scienza e la tecnica ed è per questo che all’interno di ogni suo progetto, per Sacripanti, era naturale che fossero presenti pittori, scultori ma anche scienziati ed ingegneri. E questa è una cifra ricorrente che accompagna tutta la produzione di Sacripanti dal Grattacielo Peugeot fino al Padiglione di Osaka e tutti gli edifici che vengono successivamente perché Sacripanti era abbastanza intelligente da capire che nella realtà tutte le sue proposte e tutta la dimensione avanguardistica delle sue proposte non poteva prescindere da un approfondimento tecnico. Per cui la dovizia di dettagli che accompagna tutti quanti i progetti, nella realtà, non è altro che un’altra faccia del suo rapporto con le arti.
Quindi all’interno di ogni progetto confluiva il pensiero di Renato Pedio, di Achille Perilli, di Mafai, ma allo stesso tempo di Nonnis, Perucchini, e quindi in qualche modo c’era una lettura del progetto di architettura come momento di sintesi di tutte le arti e le discipline e a pieno titolo scienza e tecnica facevano parte di questo processo.
Lui non era un artista, un pittore, ma c’è una cosa interessante che dice Pedio, che nella realtà “era più facile che si sbagliasse nel dare un giudizio su un architetto che non nel dare un giudizio su un artista” quindi sugli artisti raramente si sbagliava. Infatti tutti i suoi amici sono e sono rimasti dei grandissimi artisti. Però è interessante che in tutti i suoi progetti i contributi degli artisti, degli scrittori, dei poeti e degli scienziati, in qualche modo annullassero il loro contributo personale. Alla fine il valore era solo quello dell’opera di architettura e penso che questo sia l’aspetto più interessante.

Una domanda sugli scritti di Sacripanti: sono rimasta colpita ed affascinata da “Città di Frontiera”. In un periodo in cui la ricerca linguistica era al centro del dibattito architettonico, conviene con me che ci sia stata una influenza dell’Opera Aperta di Umberto Eco nel pensiero di Sacripanti? Ci sono concetti come la fruizione, la programmazione, l’aleatorietà a cui l’architetto pare rispondere in maniera più o meno diretta. Dunque, quanto e come crede che gli scritti di Eco abbiano influenzato Sacripanti?
Questo interessante parallelo che lei ha proposto con l’Opera Aperta di Umberto Eco… ardito ma secondo me neanche tanto, perché mi trovo perfettamente d’accordo. Adesso, sicuramente Sacripanti ha vissuto in un periodo nel quale tutte le frequentazioni con gli intelletuali e gli artisti era all’ordine del giorno. Non ho notizie dirette ma sono certo che fra questi ci fosse anche Umbero Eco.
Sono sicuro che il tema dell’Opera Aperta, nel momento stesso in cui Eco afferma come “l’esito di un’azione è aperto nel momento in cui l’intenzione è aperta”, è chiaramente uno dei motivi fondativi della poetica di Sacripanti.
Nel momento in cui Sacripanti individua il tempo come materiale dell’architettura, è evidente che stabilisce un principio per lui sacrosanto: rinunzia ad un’immagine prefedinita di un’opera di architettura e quindi in qualche modo nel momento in cui lascia aperta l’immagine finale, la lascia aleatoria, la lascia modificabile, è di per sé la definizione di un’Opera Aperta. Quindi “l’opera è aperta se l’intenzione è aperta” ed è quello che succede a Sacripanti, che è un passaggio fondamentale perché significa che Sacripanti supera il tema dell’esito formale, quindi nei progetti di Sacripanti l’esito formale è assolutamente secondario proprio perché l’attenzione viene riportata sul processo generativo di quell’esito, quindi non c’è un’immagine predefinita, ma esistono una serie di immagini diverse che l’opera di architettura può proporre.
A questo pensiero è poi nella realtà supportato da quella che lei ha giustamente sottolineato, che è la produzione teorica di Sacripanti, che probabilmente andrebbe enormemente rivalutata perché magari è stata letta con meno attenzione perché comunque la forza dei progetti probabilmente ha preso il sopravvento. Però la Città di Fontiera è esattamente la teorizzazione di quel processo di lettura e di criteri di progettazione. Tant’è che è dentro Città di Frontiera che emerge questa definizione secondo me straordinaria di creatività come “modulazione di differenze inedite” che è proprio la definizione del suo lavoro ed è da lì che poi ribadisce ancora una volta la volontà di procedere all’interno del progetto attraverso un metodo che sia di carattere induttivo.
Secondo me i testi sono, appunto, molto interessanti: la conclusione di Città di Frontiera è straordinaria e se vogliamo di un’attualità incredibile. Nel momento in cui lui alla fine chiarisce come il passaggio fondamentale sia quello di adoperare l’ombra del mondo e non di nasconderla, questo credo che se in qualche modo lo riportiamo ai giorni d’oggi, ai pensieri, alle posizioni di carattere teorico rispetto alla condizione della società, penso che sia un pensiero assolutamente da rivalutare.

Infine, sto personalmente approfondendo il progetto del Grattacielo Peugeot. Uno dei primi, come diceva lui: “il mio primo scatto, il primo amore”. Posso chiederle un commento sul progetto? Come lo inserisce all’interno della produzione architettonica di Sacripanti?
Il suo tema di tesi è un progetto particolare. Faccio un inciso, Sacripanti appartiene a quella schiera di personaggi molto singolari nei quali possa iscrivere, per esperienza personale, anche Gigi Pellegrin. Stranissimi come professori, nel senso che avevano un insegnamento molto difficile da comprendere. Ci vogliono degli anni, a me per esempio ci sono voluti molti anni per capire nella realtà quale fosse il messaggio, perché erano delle persone che guardavano oltre. Avevano veramente questo dono della visione e per i comuni mortali era molto difficile poterci dialogare. Quindi ci sono delle persone per cui dei passaggi e dei ragionamenti sono molto rapidi e per noi comuni mortali no... e quindi ho impiegato del tempo per capire e anche per studiare la sua opera. Io ho scritto un libro subito, un’esperienza straordinare su invito di Bruno Zevi, però a ripensarci oggi scriverei tutt’altra cosa. All’epoca ero come dire, sull’onda dell’emozione.
Tutta questa premessa serve per dire che nella realtà oggi credo che il progetto del Grattacielo Peugeot, a titolo personale, sia forse l’opera più interessante di Maurizio Sacripanti, da certi punti di vista. È chiaro che nelle opere successive lui individua il tempo come materia dell’architettura e quindi di conseguenza apre uno spiraglio, però diciamo apre uno spiraglio di studio.
Come dice Pedio “quando si tornerà a studiare il tempo come fattore dell’architettura bisognerà guardare più a Sacripanti che non a Tatlin” però nello stesso tempo l’idea del Grattacielo Peugeot, dello sfruttamento figurativo della pubblicità, è un’idea assolutamente geniale, che forse ancora nessuno ha avuto. Quindi l’idea di ribaltare un concetto per il quale è la pubblicità che sfrutta gli oggetti e sfrutta gli uomini, invece al contrario è l’opera di architettura che sfrutta la pubblicità, apre un mondo incredibile, straordinario, che parla della poesia visiva, si porta dentro tutte quante le arti. Non dimentichiamoci di quel dipinto strepitoso fatto con il contributo di Mafai che era un piuttore che in quel momento passava dalla fase figurativa alla fase astratta, però rappresenta questo spazio straordinario che già dentro ha un forte dinamismo. Però ecco, è un progetto particolare perché il primo progetto.
Sacripanti dopo aver costruito il quatiere a Verona scrive questo testo straordinario nel quale (aveva più o meno quarant’anni o qualche cosa di più, più o meno ervamo coetanei) dice come questo quartiere che ha costruito a Verona gli ha insegnato tutto quello che non si deve fare e il progetto successivo a questo è esattamente il Grattacielo Peugeot. Quindi il Grattacielo Peugeot è il primo progetto nel quale Sacripanti inizia finalmente a dare sostanza e materia a quel pensiero, a quella riflessione che si concludeva con “ho capito che non si possono più impaginare delle immagini consunte e già viste, ma bisogna cercare segnali nuovi” e poi dice “e sono sicuro che quei segnali nuovi verranno” e quei segnali sono esattamente subito dentro il Grattacielo Peugeot, che rispetto agli altri è architettura. Anche il resto è architettura però quella è vera, reale, ed è sorprendente come sia stata un’architettura, alla fine, di totale riferimento per un’intera generazione di architetti e credo che questo ne faccia la grandezza. Posso affermare che ancora, un grattacielo così non sia stato progettato.