Albergo-rifugio per ragazzi Pirovano
Franco Albini, Luigi Colombini
Breuil-Cervinia, Valtournenche AO, Italia, 1948-1951

Nel 1946 l’amico alpinista Giuseppe Pirovano commissiona ad Albini il progetto di una casa unifamiliare con annessa scuola sci. Poco dopo l’incarico si trasforma nell’Albergo-rifugio per ragazzi realizzato in collaborazione con Luigi Colombini.

L’opera può essere considerata il manifesto delle aspirazioni dell’architettura italiana del primo dopoguerra sul tema della tradizione e del rapporto con la storia. L’Albergo-rifugio Pirovano di Cervinia è emblematico di questa volontà di portare l’elemento della tradizione ad essere “accolto dalla sensibilità moderna”.

Il tema del ‘fuori scala’ e della contaminazione produce una ‘deformazione’  della tradizionale baita valdostana, formata da una struttura lignea leggera in larice posta su sostegni in legno e giganti pilastri conici in muratura in pietra che terminano con capitelli in legno e pietra finemente sagomati ‘a fungo’. La sagomatura dei tavoloni favorisce l’incastro e la scanalatura è stata riempita di lana di vetro. Attraverso un muro di contenimento che comprendeva una doppia parete in cemento con un’intercapedine,  per proteggere dall’umidità e consentire il drenaggio dell’acqua, rese abitabili i tre piani inferiori.

Il risultato è stato un nuovo ibrido moderno. I tre piani inferiori sono stati costruiti con muri portanti in pietra a vista, che ricordano due dei progetti precedenti di Albini, la sua installazione alla Triennale, “Room for a Man” (1936), e la mensa operaia delle “Officine Elettrochimiche Trentine” a Ivrea (1940-43).

I quattro caratteristici pilastri rastremati in pietra, che scandiscono la tripartizione del prospetto, generano deformazioni prospettiche forzate. Le ampie balconate e le aperture ‘a nastro’ sono indice di una libertà progettuale che Franco Albini ha tradotto con maestria in soluzioni che si avvicinano al moderno.

Nel 1951 sulla rivista ‘Edilizia moderna’, Albini definisce così il suo progetto: ‘Non occorre certamente precisare che non si vuol parlare di architettura folcloristica, ma di un’architettura che non sia ambientalmente,e quindi urbanisticamente, indifferenziata, e, ancora una volta, si vuol dire che l’architettura moderna non consiste nell’uso dei materiali e di procedimenti costruttivi nuovi, ma che tutti i mezzi costruttivi sono validi in tutti i tempi purché logici e ancora efficienti’.

I negozi occupavano il piano terra del rifugio, mentre il secondo piano ospitava le funzioni di reception, cucina, personale e servizio; le attività di ristorazione e ricreazione si trovavano al terzo livello. Il piano pubblico era raggiungibile dalle zone notte da una serie di piccole scale aperte in legno che scendevano dallo chalet. I due piani superiori offrivano camere da letto frugali, bagni in comune e un  piano sottotetto, occupato da altre camere per ragazzi.

L’estetica degli interni in tutto l’ostello è ‘rustica’, tipica delle baite. Nonostante ciò, rivela la sottigliezza di Albini nel risolvere con eleganza e funzionalità le parti meno visibili, ma essenziali, come i giunti e i dettagli. Tutto è disegnato nei minimi particolari, con un’attenzione che include soluzioni distributive ed elementi di arredo (due camini in arenaria, armadi a muro, scaffalature, tavoli e sedili in legno), nella convinzione che la modernità non risieda in uno stile ma nell’esattezza dell’esecuzione.


DISEGNI / ELABORATI

ALTRE INFORMAZIONI

La superficie coperta è di 110 mq circa. L’albergo può accogliere 43 persone in tutto.


BIBLIOGRAFIA

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Bucci, Federico, Fulvio Irace. Zero gravity. Franco Albini: costruire la modernità. Milano: Electa, 2006.

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