Art Institute of Chicago – The Modern Wing
Renzo Piano
111 South Michigan Avenue, Chicago, Illinois, Stati Uniti, 2000-2009

Ottomilacinquecento disegni per venticinquemila metri quadri e trecento milioni di dollari. Nel 2009 la Modern Wing dell’Art Institute di Chicago, firmata da Renzo Piano, apre al publico.
Nel febbraio’99 lo studio “Renzo Piano Building Workshop” viene chiamato per la realizzazione di un importante ampliamento del museo, la Modern Wing. L’obiettivo era quello di aumentare del 30% gli spazi espositivi e del 100% quelli destinati alla didattica. Inaugurata il 16 maggio del 2009, si sviluppa all’angolo nord est del museo esistente – situato sulla South Michigan Avenue – e si affaccia sul Millennium Park.
Renzo Piano con la sua Modern Wing si pone perfettamente a metà tra tradizione e innovazione, ascolto del luogo e tecnologia, museo storico e città.
Un equilibrio reso esplicito tanto dal “contenitore” quanto dal suo “contenuto”. Il museo, infatti, si inserisce perfettamente nella maglia ortogonale della città, e la sua posizione segue proprio l’orientamento del tessuto urbano. I materiali utilizzati sono proprio quelli della tradizione di Chicago: pietra calcarea locale, la stessa del museo esistente, lastre di vetro laminato di 67 x 600 cm di altezza con sotto-struttura in alluminio per il prospetto nord. Vetro serigrafato e travi in acciaio, invece, costituiscono il complesso “pacchetto” della copertura. Vetro e acciaio, proprio come tutti gli edifici della Chicago post incendio. Quanto alle esposizioni, invece, recupera e reinterpreta i 130 anni di storia del Art Institute progettando degli spazi atti ad ospitare non solo le “classiche” esposizioni, ma anche digital art, exhibit fotografici, installazioni luminose, laboratori creativi e spazi flessibili altamente tecnologici. Un progetto che si basa sulla trasparenza, sulla luce e sulla sostenibilità, in cui l’arte è racchiusa al suo interno ma allo stesso tempo è proiettata all’esterno: la Modern Wing si specchia nel Millennium Park ed è a esso virtualmente e fisicamente collegato.
Due padiglioni di tre piani, accessibili da una nuova entrata in Monroe Street, si sviluppano attorno ai poli della Griffin Court che li mette in comunicazione; una scenografica passeggiata che crea un asse centrale portante, detto “main street”, che taglia l’intero edificio da nord a sud e che funge da “ponte” tra museo e tessuto urbano.
L’edificio a est ospita sale espositive e il nuovo centro didattico, ovvero aule e laboratori per studenti e visitatori e culmina, al terzo livello, in un suggestivo spazio espositivo illuminato da luce naturale; l’edificio ovest, invece, al piano terra è costituito dalla cosiddetta “hall”, compositivamente e concettualmente simile a quella del Paul Klee di Berna, che rappresenta un grande open space, un lungo corridoio ininterrotto da dove si può accedere ai servizi per il pubblico quali bookshop, caffetteria e alcuni spazi espositivi. Il primo piano espone le collezioni contemporanee, il secondo le opere d’arte moderna mentre al terzo vi è la grande terrazza. La Bluhm Family Terrace è una terrazza scenografica, di circa 3400 mq, che si affaccia sul parco offrendone una vista spettacolare. Poiché sala espositiva all’aperto, ospita installazioni temporanee e numerose sculture che incorniciano il paesaggio e diventano “ospiti” immobili del ristornate panoramico. Da qui, il Nichols Bridgeway, il continuum fisico tra parco e museo. Una passerella in acciaio bianco, lunga 190 metri e larga 3,6, raggiunge un’altezza di 18m e scende verso il parco con una pendenza del 5%.
L’elemento più affascinante, come spesso accade nei musei firmati da Renzo Piano, è sicuramente la copertura: un “tappeto volante” che fluttua a 2,6 m di altezza dai due parallelepipedi trasparenti e che aggetta diventando una tettoia ancorata al suolo da un colonnato di tubolari d’acciaio, dalle estremità rastremate a cono, alti quasi 20 m e dal diametro di soli 35 cm. Un “roof” di metallo e vetro dotato di lamine di allumino estruso e di sensori automatici di oscuramento che modulano l’ingresso della luce naturale all’interno delle sale espositive filtrando i raggi provenienti da nord e schermando quelli provenienti da sud; la luce diretta si trasforma in luce diffusa e l’opera diventa un “tempio di luce” così come lo ha definito il Chicago Tribune.
Un sistema tecnologico collaudato che consente la piena espressione dell’opera d’arte, la sua più completa percezione e fruizione e che consente di ridurre del 50% i costi di illuminazione e di climatizzazione degli ambienti interni.
Copertura filtrante che si trasforma in tettoia capace di schermare le pareti verticali vetrate, sistemi di oscuramento, meccanici e automatici, luce zenitale, diffusa, che non genera ombra e che non viene riflessa sulle opere espositive: un leitmotiv che loricorre ancora una volta quando si parla di Renzo Piano, o, meglio ancora, di un suo museo.


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ALTRE INFORMAZIONI

Particolare attenzione è stata inoltre rivolta all’aspetto della sostenibilità, confermata dall’ottenimento del livello d’argento della certificazione LEED. Hanno contribuito al raggiungimento di tale obiettivo il recupero dei materiali di risulta di cantiere, la progettazione della doppia pelle esterna che consente l’isolamento dell’edificio proteggendo persone e opere dal rigido clima di Chicago.


BIBLIOGRAFIA

PIANO, Renzo (a cura di). Almanacco dell'architetto. Bologna: Proctor Edizioni, 2013.

CHING, Francis, Ian SHAPIRO. In: Green building illustrated. Wiley, 2013, .