Dopolavoro Ferroviario
A. Mazzoni Del Grande, E. Vodret
Via Bari, 22, Roma, RM, Italia, 1925-1929

Con il regio decreto n.1908 del 1925 viene sancita la nascita del Dopolavoro Ferroviario. Si tratta del più importante dopolavoro mai realizzato sia per numero di aderenti che per la sua dimensione organizzativa. Nello stesso anno del decreto Angiolo Mazzoni , allora capo dell’ufficio tecnico delle Ferrovie, con la collaborazione di Efisio Vodret, progetta e realizza il complesso.

Situata su un vasto lotto triangolare e delimitata dalle vie Bari, Como e Forlì, la costruzione si erge nel primo nucleo del quartiere una volta chiamato Italia, il quale verrà fortemente segnato dalla realizzazione dell’edificio. Ad oggi, la complessità scultorea e la singolare facciata ritmata da fregi ed elementi marmorei finemente scolpiti, che caratterizzano l’opera hanno spinto la Sovrintendenza alle Belle Arti a porre l’immobile sotto tutela speciale in quanto patrimonio artistico, storico e culturale per la città di Roma.

L’edificio fu concepito per offrire ai ferrovieri una serie di servizi, per questo motivo troviamo al suo interno ambienti differenti sia per funzione che per dimensione, tra questi:  un teatro, una palestra, una biblioteca, un nucleo adibito a zona amministrativa con uffici annessi ed un albergo, conosciuto all’epoca come Hotel  S. Cristoforo, costituito da due corpi attigui e comunicanti fra loro il cui accesso era assicurato su diversi fronti:  da un portale che si apriva su via Bari e che costituiva l’entrata principale, da un portoncino sulla stessa via che consentiva l’utilizzo del piano seminterrato e da due ingressi secondari che si affacciavano invece su via Como.

Gli elementi scultorei che caratterizzano i diversi fronti dell’edificio, come accadeva nell’epoca premoderna, hanno un significato sotteso: non sono infatti semplici contrappunti decorativi ma simboli che connotano le differenti funzioni che si trovano negli interni.

Su via Bari, nella parte centrale del prospetto, si apre l’accesso al teatro, costituito da cinque ingressi scanditi da enormi paraste che reggono una trabeazione curva che riporta il nome dell’edificio. Al di sopra della trabeazione il prospetto si conclude con delle nicchie che seguono il ritmo impartito dalle paraste sottostanti, le quali a loro volta inglobano gruppi scultorei che rappresentano le diverse arti.  Continuando su via Bari, l’entrata al nucleo amministrativo riservato agli uffici è invece caratterizzato da una scultura di un centauro alato, simbolo di fierezza, nobiltà ed intelligenza. Le quattro paraste ed il complesso scultoreo che danno su via Forlì in coincidenza del balcone centrale, ricordano invece una forma simile alla prua di una nave, simbolo della forza politica e amministrativa del complesso.

Come in Via Bari anche su via Como i diversi ingressi danno indicazioni specifiche: il primo, caratterizzato da quattro enormi paraste bugnate sovrastate rispettivamente da quattro sculture di  figure femminili, vuole ricordare le virtù sociali; il secondo ed il terzo, sono invece coronati da alcune incisioni sulle trabeazioni raffiguranti un cestino di frutta, che segnala l’accesso al ristorante, e due maschere che indicano invece l’accesso al teatro riservato agli artisti.

Quando sorse, la sede del Dopolavoro Ferroviario fu, senza dubbio, uno fra i più interessanti interventi di architettura della nuova zona di Piazza Bologna. L’edificio costituì, all’epoca, un richiamo sia per gli abitanti del quartiere sia per gli abitanti di altre zone della città.  Paragonandolo al vicino Palazzo Postale di Piazza Bologna, più giovane di soli 10 anni, mostra, però, una marcata differenza sull’interpretazione formale delle costruzioni di pubblica utilità: la semplicità delle possenti linee del palazzo postale si contrappone al decorativismo simbolico del complesso del Dopolavoro. Il passaggio dallo stile architettonico storicista del Dopolavoro a quello razionalista sembra sottolineare, da parte del regime, un’avvenuta presa di coscienza delle proprie forze e del proprio linguaggio rappresentativo che non necessità ormai più di metafore. I due edifici, infatti, rappresentano due momenti differenti del fascismo: il Dopolavoro Ferroviario, legato ancora ad una matrice linguistica tradizionale diffusa negli anni immediatamente successivi al primo dopoguerra, utilizza stilemi aulici, liberty e naturalistici, come a voler sottolineare il legame del fascismo con la grande storia del passato; mentre il Palazzo delle Poste, di poco più giovane, diventa espressione della cultura e dell’architettura moderna, costruito negli anni del consenso, quando il fascismo si esprimeva ormai con riconoscibile tratto distintivo.


IMMAGINI
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DISEGNI / ELABORATI

ALTRE INFORMAZIONI

Il Dopolavoro Ferroviario viene istituito con il Regio Decreto n° 1908 del 25 ottobre 1925 quale struttura interna delle Ferrovie dello Stato denominata “Ufficio Centrale del Dopolavoro Ferroviario” avente per scopo di “promuovere il sano e proficuo impiego da parte degli agenti ferroviari delle ore libere dal servizio ...” (Art. 1).
L’Ufficio Centrale del Dopolavoro Ferroviario provvede a riconoscere tutte le strutture locali che già operano nel settore del tempo libero dei ferrovieri. Queste strutture diventeranno successivamente le Sezioni DLF il cui ordinamento sarà via via regolamentato da leggi, decreti ministeriali e disposizioni aziendali.
Nel 1935, a dieci anni dalla sua nascita, il Dopolavoro Ferroviario conta già 273 sedi in tutta Italia e 135 mila soci che, con le loro quote, contribuiscono a sostenerne le molteplici attività.


BIBLIOGRAFIA

DI GADDO, Beata. Roma anni Trenta: gli elementi dell'architettura. Roma: Officina Edizioni, 2001, ISBN 9788887570342.

MASINI, Eva. Piazza Bologna. Alle origini di un quartiere "borghese". Milano: Franco Angeli, 2009, ISBN 9788846499578.

AA.VV.. Angiolo Mazzoni (1894-1979). Architetto nell'Italia tra le due guerre. Bologna: Grafis, 1984.