La Casa Elettrica
Gruppo 7 con Piero Bottoni
Villa Reale, Viale Regina Margherita, 20052 Monza, -1930

“La Casa Elettrica” venne esposta nel 1930 in occasione della IV Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative ed Industriali Moderne di Monza. Nasce dalla sintesi di singoli e diversi frammenti progettuali. Oggi la casa elettrica non esiste più, venne demolita pochi mesi dopo la sua inaugurazione. La paternità del progetto è del Gruppo 7, Figini e Pollini sono gli autori del progetto edilizio della villa-padiglione con i contributi parziali di Bottoni, di Frette e di Libera per la realizzazione degli interni. La Casa Elettrica rappresenta una delle esplorazioni più avanzate nel design della casa moderna in Italia durante il periodo fascista. Impiegando grandi superfici planari, pilastri, materiali industriali, cemento armato e linoleum, gli architetti progettano una dimora modernista come esempio di ciò che la casa italiana sarebbe dovuta diventare. Il progetto è finanziato dalla Società Edison e da altre società.

La Casa Elettrica è concepita sia come casa, sia come spazio espositivo per il disegno industriale e le arti decorative. Dall’impostazione planivolumetrica è possibile apprezzare l’estrema semplicità del progetto e la sua affinità con i principi dell’architettura di Le Corbusier, quali la pianta libera, la struttura in pilastri di cemento armato, la finestra a nastro e la continuità tra spazi interni ed esterni.

L’impianto è molto semplice: un edificio a pianta rettangolare (16metri per 8) a un solo piano con scala di accesso al piano superiore interamente occupato da una terrazza panoramica, in parte coperta sull’ affaccio posteriore sopra la scala. Sul fronte c’è un atrio coperto d’ingresso e subito accanto la piegatura ad elle della grande parete vetrata della serra; sul retro le aperture di una delle due camere da letto, della sala da pranzo e della cucina, quest’ultima anche con uscita di servizio. Le pareti della casa scompaiono, si trasformano, si aprono da pavimento al soffitto sul paesaggio circostante, le finestre si trasformano in quadri luminosi orizzontali, mutevoli o in movimento.

La Casa Elettrica si identifica per Figini e Pollini nella immensa doppia parete vetrata della serra che accoglie, in una striscia di sabbia e sassi lunga dieci metri e larga uno, un gran numero di piante grasse. Filtro e specchio, come in un effetto di acquario, la serra stravolge il proprio contenuto come metafora della sintesi di esterno-interno, come organismo che ha nel vuoto un elemento di comunicazione e di scambio con l’intorno preesistente, con la natura. Secondo il criterio del “massimo sfruttamento dello spazio che la moderna economia edilizia impone”, i progettisti davano luogo nella Casa Elettrica ad un allestimento degli spazi interni che risultava mimetico rispetto alla composizione dell’architettura nel paesaggio, paesaggio artificiale all’interno del paesaggio naturale. Tale mimetismo era di tipo anche espositivo, giacché nei diversi spazi funzionali della Casa Elettrica trovavano posto un numero notevole di applicazioni tecniche al problema dell’elettricità, un vasto campionario di lampade, macchine, elettrodomestici.

Tutti gli apparecchi elettrici ed i mobili incarnavano in piccola scala le ambizioni “moderne” dell’ organismo edilizio: la Casa Elettrica doveva essere un esempio, pur andando ben oltre le possibilità concrete della massa di utenti cui il progetto si rivolgeva. Oltre alla serra, cui un certo numero di accorgimenti costruttivi davano un valore di oggetto difficilmente riproducibile, altri particolari interni si basavano sull’applicazione di finiture relativamente preziose e d’avanguardia: gli armadi a muro, i rivestimenti delle porte in lastre di eternit smaltate alla nitrocellulosa, spesso profilati da angolari cromati, i pavimenti in linoleum, le pareti foderate di materiale gommato, la balaustra della scala e della loggia interna in metallo cromato, le chiusure dei mobili in celluloide, davano alla casa un’interpretazione insieme esclusiva e aperta, favorendo la progressiva diffusione dei materiali moderni.


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La Casa Elettrica
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Figini e Pollini si proponevano di superare nella Casa Elettrica gli stretti confini architettonici del padiglione espositivo, preferendo invece dedicarsi al progetto di una villa, anzi di una villa-padiglione come soluzione di compromesso in cui il contrassegno di creatività formale e di apertura verso l’ambiente, proprio della tipologia della villa, integrasse e mitigasse il contenuto rigorosamente tecnico e didattico dell’allestimento di una produzione industriale in un’esposizione.
La soluzione adottata per l’atrio, con il pilastrino d’angolo a segnare lo spigolo della costruzione, sembra essere una caratteristica dell’architettura “impegnata” di quegli anni. È evidente la somiglianza con l’ingresso principale d’angolo del Novocomum di Terragni (1928-30), con il volume cilindrico verticale e i pochi gradini di accesso dal piano alla strada, o con quello dell’Albergo a Homs (1928) di Largo e Rava, e soprattutto con il progetto della residenza Looser ad Ascona di Sartoris (1929-30), che addirittura ha, oltre ad un identico ingresso d’angolo con pilastro estremo e gradini di accesso, anche una lunga parete vetrata che dal fronte si piega nell’atrio, in tutto simile alla serra della Casa Elettrica. Molti elementi come la grande terrazza in copertura, le finestre a nastro, l’uso del vetro in una grande “facciata-luce”, o la sottile balaustra in tubo di ferro manifestavano l’inserimento di questo progetto nella corrente di sviluppo del razionalismo internazionale.


BIBLIOGRAFIA

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