Monumento ai Martiri delle Fosse Ardeatine
Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino, Giuseppe Perugini
Largo Martiri Delle Fosse Ardeatine, Roma, RM, Italia, 1944-1949

Antefatto

24 marzo 1944. La pagina più atroce della seconda guerra mondiale a Roma. Durante gli ultimi mesi dell’occupazione nazista nella città, l’azione partigiana di un gruppo dei GAP a via Rasella provoca la morte di 33 soldati appartenenti ad un reparto delle truppe di occupazione tedesche (il Polizei Regiment Bozen). La rappresaglia nazista è atroce e immediata. Dapprima vengono rastrellati i passanti nelle vicine strade, poi i detenuti nelle carceri di via Tasso, infine alcuni prigionieri politici nel carcere di Rebibbia. L’ordine è quello di uccidere 10 italiani per ogni tedesco. Alla fine saranno 335 persone, di cui ben 75 ebrei. Il giorno dopo, il 24 marzo, le SS, sotto il comando di Herbert Kappler, trasportano i prigionieri alle cave di tufo sulla via Ardeatina. Ad attenderli un plotone di esecuzione, guidato da Erich Priebke, che chiama per nome e cognome le vittime, uccidendole una alla volta. Gli spari iniziarono verso le 16,30 del 24 marzo e proseguirono fino al calar della sera, concludendosi il giorno successivo verso le 14. I cadaveri furono gettati brutalmente nelle cave, gli uni sugli altri. Infine furono fatte esplodere delle mine per richiudere le fosse, occultando la strage.

Il Monumento

Nel settembre del 1946, alla fine di un concorso suddiviso in due fasi, vengono dichiarati vincitori ex aequo i gruppi contraddistinti dai motti Risorgere (Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino con Francesco Coccia) e U.G.A. (Giuseppe Perugini con Uga de Plaisant e Mirko Basaldella). L’incarico congiunto ai due gruppi, anziché ampliare i conflitti tra le varie correnti interne, porterà alla definizione di un progetto di inedita limpidezza iconografica ed iconologica. Le vicende concorsuali nonché la qualità della soluzione finale ricordano non poco l’altro grande concorso romano di quel periodo, la testata della stazione Termini.

Come giustamente osserva Aldo Aymonino, il progetto “affronta il tema del percorso come narrazione intesa nel suo duplice aspetto emotivo e spirituale”. Di conseguenza è indispensabile descrivere l’opera attraverso la sequenza degli spazi che si incontrano seguendo il percorso del mausoleo.

Oltrepassata la cancellata di Mirko Basaldella (un groviglio di brandelli umani che esprime figurativamente l’orrore) ci si inoltra all’interno dei cunicoli ipogei, compiendo lo stesso percorso delle vittime. L’epifania dell’eccidio è affidata ad un’esperienza di dolorosa empatia. Da questo percorso di sofferenza si passa, attraverso una seconda galleria, al grande sacrario: un’immensa pietra tombale adagiata su sei pilastri a copertura delle sepolture. Il monolite, internamente costituito da una struttura cartesiana, si stacca dal suolo lasciando filtrare perimetralmente la luce, in modo da enfatizzare i dittici oppositivi tra buio e chiarore, levità e pesantezza, vita e morte. Un unico gesto che Claudia Conforti non esita a definire un “perfetto incanto di forma e materia, funzione e simbolo, spazio e paesaggio”.

Ogni cosa concorre a conferire all’opera una dimensione astratta e perfettamente stereometrica. Gli accorgimenti prospettici: il rigonfiamento dei lati corti da 60 a 110 cm per percepire la lama di luce sempre della stessa altezza, il lato di fondo appena allargato per contrastare il restringimento prospettico. Il trattamento delle superfici: calcestruzzo con granuli di “ceppo” lombardo per la pietra tombale, muri perimetrali, pareti e pavimento del sepolcro in pietra sperone, pilastri rivestiti di porfido del Trentino, sepolture in granito trattate alla punta.

Qual è l’antecedente storico? Renato Nicolini, Gianni Accasto e Vanna Fraticelli suggeriscono, a ragione, una continuità con il progetto del Palazzo dell’Acqua e della Luce di Albini e Gardella con la partecipazione dello scultore Lucio Fontana. È possibile anche rintracciare significative analogie con la seconda versione del monumento a Roberto Sarfatti di Giuseppe Terragni. Più in generale l’affinità è con tutte le opere che si caratterizzano per una monumentalità modesta, fatta di pochi gesti semplici ed essenziali, architetture primitive dal linguaggio astratto e senza tempo.

Il mausoleo delle fosse Ardeatine, Il punto e a capo per il panorama architettonico romano (Tafuri), diviene tuttavia una pesante eredità per la cultura architettonica del dopoguerra “il neorealismo architettonico- ben diverso da quello letterario e cinematografico, quanto a risultati e forse anche a moventi e spessore culturale – si stese come un velo di obnubilazione sulle migliori opere degli anni trenta e dell’immediato dopoguerra, forse anche per cancellare un passato prossimo troppo amaro”(Muntoni).


VIDEO

DISEGNI / ELABORATI

APPROFONDIMENTI
Capitolium n.21
Fonte

ALTRE INFORMAZIONI

Aziende fornitrici materiale lapideo: Antonio Caniparoli, Carrara; Fratelli Redi, Predazzo (Tn)


BIBLIOGRAFIA

PAVAN, Vincenzo (a cura di). Il senso della materia - The sense of matter. Faenza: Faenza industrie grafiche, 2007.

ZEVI, Adachiara. Fosse Ardeatine. Torino: Testo & Immagine, 2000.

ASCARELLI, Attilio. Le fosse ardeatine. Bologna: Canesi, 1965.

CASTELLI, Francesca Romana. 1944-49. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Genesi di un monumento. In: Roma architettura e città negli anni della seconda guerra mondiale. Roma: Gangemi, 2004, n. Atti della giornata di studio del 24 gennaio 2003. Quaderni di ricerca e progetto, p. X.

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