Moschea e Centro culturale islamico
Paolo Portoghesi
Viale della Moschea, 79, 00197 Roma, Italia, 1975-1995

La grande moschea di Roma è forse il capolavoro di Paolo Portoghesi, una sintesi peculiare di tradizioni artistiche diverse che inseriscono, senza fratture nella storia architettonica di Roma, i contenuti estetici della spiritualità islamica. Quest’opera, che gode oggi di un ampio consenso, ha avuto una genesi sofferta data dalla comprensibile difficoltà di ampie categorie di rappresentanti del mondo politico, religioso e di parte dell’opinione pubblica a infrangere il tabù rappresentato dall’accesso ufficiale della religione islamica nella capitale della cristianità.

Il progetto di Portoghesi, coadiuvato dalla competenza tecnica dell’ing. Vittorio Gigliotti, ha come fondamento “l’ascolto del luogo”, ovvero la comprensione dei capisaldi dell’architettura islamica e la loro possibilità di essere inseriti nel contesto storico ambientale romano. Del resto una delle principali caratteristiche della cultura islamica, è sempre stata la straordinaria capacità di adattarsi e plasmarsi sulle realtà esistenti, generando, per quanto concerne l’architettura, molteplici linguaggi locali legati a materiali e modelli preesistenti.

Paolo Portoghesi ha fatto sue queste premesse, il rapporto con il territorio e la tematica ideologica, realizzando un complesso di edifici in cui vi è una forte mediazione tra spazi interni ed esterni, come nell’architettura persiana, ma anche in quella etrusca, cercando di realizzare un vero e proprio polo di incontro tra islam e cristianità.

Dall’esterno il complesso appare come una sequenza di volumi asimmetrici che si raccordano attorno ad uno spazio centrale di preghiera, posto in asse tra i volumi, nel quale spicca una nicchia (il Mihrab) che, scandita in facciata da scanalature longitudinali, mette in relazione tutti i corpi tra loro.

L’architetto ha voluto una grande cupola come elemento distintivo, evocando le celebri moschee turche ma anche le cupole romane, dal Pantheon a San Pietro; infatti l’impianto planimetrico, come la moschea classica, vede il sodalizio di due forme: il quadrato della pianta e il cerchio della cupola.

La sala della preghiera è il risultato  dell’accostamento di una serie di cellule che fungono da modulo spaziale; queste sono coperte da molteplici cupole minori, che convergono nella grande volta centrale mediante un sistema di campate semplici, che risolve l’apparente dicotomia tra molteplicità ed unità, periferia e centralità.

Continui sono i tentativi di Portoghesi di conciliare la tradizione orientale con quella occidentale; infatti si sottolinea la portata simbolica ed estetica delle fontane e dei giochi d’acqua propria dell’architettura moresca e della tradizione romana classica.

In tal senso anche la scelta dei materiali: la moschea è rivestita in travertino, di varie tonalità per le diverse pavimentazioni, materiale romano per eccellenza, la cui eleganza e duttilità si sposano perfettamente con il peperino delle cornici e il laterizio delle cortine. Anche nelle scelte dei rivestimenti interni è leggibile la sintesi culturale alla base dell’intero progetto: la copertura della sala per la preghiera è realizzata con una particolare applicazione di stucco ad encausto, tecnica usata nel mondo greco-romano, mentre le pareti sono arricchite dai meravigliosi intrecci policromi delle piastrelle maiolicate prodotte da maestranze magrebine specializzate.

La profonda riflessione sul tema della religiosità islamica culmina nell’attenzione prestata alla simbologia della luce. Il riferimento testuale è alla Sura 24 del Corano, detta appunto la Sura della Luce, in cui è rivelata l’importanza della luce anche nella sala per la preghiera.

In tal senso la spazialità interna è articolata in una sequenza di 32 pilastri polistili, i quali si raccordano alle cupole voltate con elementi intrecciati e innervati, che smaterializzando la luce, creano giochi chiaroscurali, conferendo un senso di indeterminatezza e spiritualità.

I pilastri proseguono anche all’esterno in un porticato, diventando l’elemento principale del linguaggio compositivo di Portoghesi.

Difatti essendo realizzati in calcestruzzo armato pressoinflesso, appaiono con forme più dinamiche e articolate in modo da poter essere completamente permeati dalla luce e creare ambienti suggestivi ai fedeli. Distaccandosi dal modello classico “fusto-capitello”, si accoppiano a sezione quadrata in modo da evocare il gesto delle mani in preghiera.

Portoghesi, inoltre, posiziona vetrate dai colori tenui, ad altezza d’uomo, sul muro maestro della moschea, quello della cosiddetta qibla, ovvero la parete perpendicolare alla direzione della Mecca, su cui si apre il Mihrab, la nicchia direzionata verso la città santa. Fa poi installare luci artificiali fuori dalla visuale dei fedeli, posizionandole in alto e lateralmente. Dà leggerezza all’architettura, suscitando l’impressione che le coperture siano sospese nell’aria, tagliando, con una grande finestra a nastro, i muri perimetrali della sala centrale, immediatamente dietro la lunga fascia di iscrizioni coraniche che riportano il versetto: “Iddio è luce”. Il particolare taglio di queste finestre nasconde l’origine della sorgente luminosa e fa riflettere la luce sopra le iscrizioni.


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DISEGNI / ELABORATI

ALTRE INFORMAZIONI

MATERIALI
Travertino, lavorato nello stabilimento di Bagni di Tivoli, di varie tonalità per le diverse pavimentazioni: il Bianco, il Classico, il Sovrano e il Noce.
Calcestruzzo pressofuso bianco per i pilastri interni ed esterni, ottenuto dalla miscela di due sabbie del Tevere
Calcestruzzo armato, rivestito da un’armatura zincata per evitare la corrosione atmosferica, per la struttura esterna.
Calcestruzzo leggero strutturale per la cupola
Calcesruzzo rinforzato con fibra di vetro (Glass Fiber Reinforced Concrete) per gli innesti cupole-pilastri
Cortina muraria con mattoni (24cm X 3cm) di colore giallo paglierino realizzato da San Marco Laterizi S.r.l

STORIA DEL PROGETTO
Il complesso della Moschea di Roma di Paolo Portoghesi, è il più grande in Europa, estendendosi su 30000 mq di terreno; date le dimensioni, non si tratta soltanto di un semplice luogo di culto, che può accogliere fino a 2000 fedeli, ma di un vero e proprio Centro culturale islamico, luogo che ospita una piccola sala di preghiera giornaliera, una biblioteca, una sala conferenze per 300 persone, una sala riunioni, uffici e ampi spazi dedicati ad attività di interazione sociale.
Si inserisce nella località Monte Antenne, una vasta area verde in cui il fiume Aniene si riversa nel Tevere, che ha indotto l’architetto ad approfondire il rapporto tra natura e architettura.
Le origini della moschea risalgono al 1966, quando il re Feisal dell'Arabia Saudita, in visita a Roma, durante la sua permanenza chiese di essere accompagnato a pregare, ma nessun luogo rispondeva alle sue esigenze spirituali; da quel momento il governo saudita e i 24 ambasciatori di altre nazioni del mondo islamico, in accordo con lo Stato Italiano, decisero di sostenere economicamente il progetto di un luogo di culto monumentale, in modo che anche la religione islamica avesse, un suo degno luogo di rappresentanza, in un Paese che per costituzione sancisce la libertà religiosa. Dopo il parere positivo di papa Paolo VI, nel 1975, il Comune di Roma sancì la concessione di 30.000 metri quadrati di terreno in zona Acqua Acetosa, ai piedi della collina dei Parioli, e venne indetto un concorso internazionale al quale parteciparono oltre 40 studi di architetti. La commissione giudicante decise di selezionare i progetti dell’architetto iracheno Sami Mousawi e degli italiani Portoghesi e Gigliotti, ritenendo che una sintesi delle due elaborazioni rappresentasse la soluzione ottimale. Di fatto la collaborazione tra gli architetti non fu sempre facile e Mousawi abbandonò definitivamente il progetto nel 1980, lasciando a Portoghesi la paternità effettiva dell’opera.
La realizzazione del progetto si è inserito in un decennale dibattito molto acceso sia da un punto di vista religioso sia da quello architettonico.
Infatti bisognava affrontare non solo la delicata questione riguardante l’interazione tra la religione islamica e cattolica, ma anche i vincoli legati all’architettura romana, in quanto il nuovo edificio non avrebbe mai dovuto superare per sontuosità i luoghi di culto della Roma cristiana. Così l’altezza del minareto risulta essere minore della cupola di San Pietro e, essendo l’unico al mondo a non avere altoparlanti, da quella torre nessuna voce invita i fedeli alla preghiera.
Il 4 giugno 1984 l’impresa Fortunato Federici S.p.a diede finalmente inizio ai lavori di costruzione, che si conclusero dopo un decennio con una solenne cerimonia di inaugurazione che ebbe luogo il 21 giugno 1995.


BIBLIOGRAFIA

ROSSI, Piero Ostilio. Roma, Guida all’architettura moderna, 1909-2011. 4 Roma: Editori Laterza, 2012.

COPPA, Alessandra. La moschea di Roma di Paolo Portoghesi. Roma: Federico Motta Editore, 2003.

DI STEFANO, Cristina, Donatella SCATENA. Paolo Portoghesi architetto. Roma: Diagonale, 1999.

AA. VV., X. La Moschea di Roma. Palermo: Alloro Editrice, 1994.

PURINI, Franco. Moschea e Centro Culturale Islamico. In: Domus. 1990, n. n. 720, ottobre, p. 33-45.