Museo Ebraico
Daniel Libeskind
Lindenstraße 9–14, 10969, Kreuzberg, Berlin, Germania, 1989-2001

In quest’opera Daniel Libeskind utilizza la comunicatività emozionale del messaggio architettonico per rendere tangibile la storia del popolo ebraico e della Shoah. L’architettura si fonde con la scultura e le geometrie sembrano come dilaniate: tagli nelle lamiere di zinco dei rivestimenti, squarci di luce, disequilibrio dei pavimenti. L’opera si colloca nella parte ovest di Berlino e si sviluppa su cinque piani per circa 15 000 mq. Vi si accede dall’adiacente Berlin-Museum tramite un corridoio sotterraneo, che introduce in un sistema labirintico di pieni e vuoti, architettonico e concettuale. Il corridoio si divide in tre assi distributivi che rappresentano metaforicamente la storia del popolo ebraico: il primo è emblema della prigionia e conduce alla “Torre dell’Olocausto”, uno spazio chiuso, freddo e buio alto 20 metri simile ad una stanza carceraria; il secondo simboleggia la fuga verso l’esilio e conduce al “Giardino ETA Hoffmann” con 49 steli inclinati di cemento su cui sono piantati alberi. Qui il pavimento è sconnesso per disorientare il visitatore; il terzo percorso riguarda l’antica storia del popolo ebraico e conduce verso le sale espositive, raggiungibili tramite una scala sovrastata da una serie di travi oblique scomposte che, secondo l’architetto, sono necessari elementi strutturali.

Il progetto si fonda sull’incontro – scontro tra una linea retta e una spezzata dinamica e aggressiva, che nell’insieme della pianta assume la forma di una stella di David distorta e decostruita. L’edificio è completamente rivestito con lastre di zinco, tagliate da finestre allungate che appaiono come lacerazioni nella pelle metallica. All’interno sono presenti alcuni ambienti vuoti definiti simbolicamente e architettonicamente “Voids”. Solo una delle zone vuote del museo è accessibile, lo Spazio vuoto della memoria, e ospita l’installazione “Shalechet”, dell’artista israeliano Menashe Kadihman: il visitatore cammina su circa 10000 volti di acciaio collocati sul pavimento, e ne ascolta il fragore. Il Museo Ebraico di Berlino rappresenta il primo grande progetto realizzato dell’architetto Daniel Libeskind. L’opera rappresenta ormai un simbolo della capitale tedesca; il suo progetto nacque come ampliamento del vicino Berlin Museum (Kollegienhaus) di Philipp Gerlach del 1735, grazie alla promozione della riapertura di un museo ebraico, il quale non esisteva più in Germania dal 1938, quando il regime nazista impose la chiusura di quello originario. Il progetto venne presentato nel 1989, e la realizzazione dell’opera si concluse nel 1999; tuttavia il museo fu allestito ed aperto al pubblico l’11 settembre del 2001, il giorno del tragico attentato al World Trade Center. Daniel Libeskind racconta che ricevette la notizia dell’accaduto nel suo museo, lontano dalla sua città di adozione (New York), e da allora esiste un filo conduttore tra le sue due opere celebrative: il museo, che rappresenta il monito alla crudeltà ed alla violenza subita dal popolo ebreo, ed il Ground Zero newyorkese, che celebra il grande vuoto urbano della città simbolo dell’Occidente. La funzione della MEMORIA è, secondo Libeskind, la linfa vitale dell’architettura: “L’architettura riguarda sempre la memoria” (da www.premioarchitettura.it). Nella sua filosofia la memoria è il pilastro dell’architettura, perché in ogni progetto l’architetto ha il dovere di leggere la storia del luogo, quindi celebrare il suo passato ma proiettarne il ricordo verso il futuro. Libeskind crede che nell’opera debba vibrare l’energia umana, che si debba sentire uno spirito che emozioni. Il Museo Ebraico esemplifica chiaramente la funzione commemorativa dell’architettura, il suo progetto è finalizzato a raccontare “sensorialmente” il dolore vissuto dalla popolazione ebrea a causa di tutte le forme di tortura fisica e psicologica inflitte dal regime nazista. Isabella Pezzini, insegnante di Semiotica, scrive a proposito dell’opera: “Il Museo Ebraico di Daniel Libeskind a Berlino rappresenta forse uno degli esempi più noti di architettura sensibile, come proverei a chiamarla: un’architettura fortemente espressiva rispetto al tema assegnato, che svolge con i suoi mezzi un discorso appassionato e al tempo stesso predispone un percorso per il visitatore fortemente improntato all’idea che l’esperienza della visita produca in lui trasformazioni profonde, che coinvolgano tutte le dimensioni del suo simulacro semiotico: pragmatica, cognitiva, patemica, o timico-percettiva”. “Blitz” è il nome con cui è conosciuto il museo in Germania, termine che sta per “fulmine”, a richiamare la morfologia dell’architettura leggibile in maniera chiara solo dall’alto. La forma zigzagante nasce dall’idea di mettere in relazione due linee perfettamente percepite dal visitatore: una tortuosa e continua, l’altra retta ma frammentata; Daniel Libeskind ama chiamare l’opera “between the lines” per sottolineare l’idea guida del progetto: “Io l’ho definito between the lines…perché è un progetto tra due linee di pensiero, organizzazione e relazione. Una è una linea dritta, ma spezzata in molti frammenti;…l’altra è una linea tortuosa, ma che continua infinitamente…” (D.Libeskind). Le linee identificano il legame esistente tra la popolazione tedesca e la popolazione ebrea, infatti l’autore rimarca in più interventi l’esistenza di una matrice comune: la natura umana. Matteo Zambelli allude ad un simbolismo più esplicito, legato alla saetta di un metaforico temporale che ha distrutto la comunità ebrea ed il mondo umano, ed alla Stella di Davide ebrea: “Il Museo Ebraico di Libeskind è una saetta zigzagante, ma anche una stella di Davide distorta. Il museo è l’una e l’altra cosa. È simbolo della stella di Davide, è lo zigzag della saetta, metafora della catastrofe che si è abbattuta su di un popolo e sulla storia mondiale, oltre che ebraica”. In fondo D. Libeskind espone chiaramente l’importanza di esprimere l’architettura attraverso simboli: “L’architettura nasce da un pensiero simbolico, (…), è attraverso simboli che comprendiamo l’ambiente che ci circonda”.

L’asse principale interseca ad un certo punto un percorso secondario che conduce alla Torre dell’Olocausto; qui il visitatore entra in uno spazio decisamente asfissiante: “Il senso di claustrofobia angoscia, non c’è neppure una finestra attraverso cui guardare, anzi sì c’è, è una feritoia, è lassù in alto. Impossibile vedere fuori. La luce che filtra si scolora prima di arrivare a terra. Tutto è cemento grigio. (…). Ma da dove arriva l’aria, forse da quei piccoli fori tondi sulla parete, ma cosa diffonderanno? Aria? Da fuori provengono suoni deformi, attutiti, è difficile sentire. Per fortuna, qui vicino a me, c’è una scala che porta al tetto, ma come faccio a salirci, è troppo in alto, neanche montando sulle spalle di qualcuno.” (Matteo Zambelli). Lo spazio evoca le sensazioni che comprensibilmente l’essere umano potrebbe vivere da prigioniero in un campo di concentramento o più specificamente in una camera crematoria.

Continuando sull’asse retto che attraversa tutto il museo si incontra un altro bivio che permette di accedere al Giardino dell’Esilio (Giardino ETA Hoffmann): una selva di colonne che genera una serie di viottoli molto stretti e disorientanti, piantate su di un piano di calpestio pendente, il quale rende fastidioso e disagevole l’incedere. Le colonne sono 49: 48 stanno per 1948, l’anno di nascita dello Stato di Israele, mentre la quarantanovesima colonna rappresenta Berlino ed essa contiene della terra proveniente da Gerusalemme; le altre colonne presentano in sommità piante di olivo che simboleggiano pace e speranza, le quali piante non sono raggiungibili dal visitatore del giardino, che vive l’angoscia di non poter toccare e traguardare la sommità delle colonne. Il percorso principale del museo presenta infine la scala che permette di raggiungere i livelli superiori: la Scala della Continuità. Essa identifica il sentimento di speranza e di rinascita del popolo ebreo che ha attraversato un percorso faticoso e doloroso ma che guarda al futuro nonostante tutto.

L’architettura si realizza in un unico volume massivo, pesante ed imponente, che si sviluppa su cinque piani per circa 15 000 mq, presenta un immagine piuttosto severa grazie anche ai colori cupi del cemento spesso lasciato a faccia vista (all’interno). La pelle esterna dell’edificio è costituita da pannelli in zinco caratterizzati da fessure e tagli disposti in maniera casuale, i quali sono gli unici elementi finestrati che permettono di guardare attraverso gli spessi muri del museo.


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DISEGNI / ELABORATI

ALTRE INFORMAZIONI

Dimensione: 166,840 sq.ft
Struttura: Cemento armato, facciata rivestita in zinco
Rivestimento: 25 000 mq di facciata rivestiti con lastre in zinco RHEINZINK®, su facciata ventilata


BIBLIOGRAFIA

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MAROTTA, Antonello. Daniel Libeskind, Quaderni dell'Industria delle Costruzioni. Roma: Edilstampa, 2007.

ZEVI, Bruno. Storia dell’architettura moderna, Volume II - Da Frank Lloyd Wright a Frank O. Gehry: l'itinerario organico. Torino: Piccola Biblioteca Einaudi, 2004.

SCHNEIDER, Bernard. Daniel Libeskind: Jewish Museum Berlin: between the lines. Monaco: Prestel Verlag, 1999.

SACCHI, Livio. Daniel Libeskind. Museo ebraico, Berlino. Milano: Testo & Immagine, 1998.

LIBESKIND, Daniel. Daniel Libeskind, Radix-Matrix: architecture and writings. Monaco: Prestel Verlag, 1997.

PEZZINI, Isabella. Il Museo Ebraico e il Monumento alle Vittime dell'Olocausto a Berlino. In: Architetture sensibili. E/C, 2009, n. 19/10/2009, p. X.