Padiglione Tedesco per l’Esposizione Internazionale di Barcellona
Ludwig Mies van der Rohe
Ronda Litoral, 08038 Barcelona, Barcelona, Spagna, 1929-1930 (ricostruito nel 1986)

Il Padiglione di Barcellona è il capolavoro del periodo europeo dell’architetto Ludwig Mies Van Der Rohe. Il Werkbund affidò l’incarico della progettazione del Padiglione della Germania per la sezione tedesca dell’Exposición Internacional de Industria Eléctricas de Barcelona a Mies van der Rohe nell’estate del 1928, ad appena un anno dall’inizio della manifestazione, e, nonostante il ritardo, Mies rispose con una rapidità e una risolutezza per lui atipiche.

Il parco d’esposizione di Montjuïc presentava una composizione nello stile classico Beaux-Arts. Essa risaliva al 1915, quando fu edificata per un’esposizione che fu rimandata fino al 1929. L’asse principale che culminava nel Palazzo Nazionale con cupola era affiancato da grandi edifici per esposizione, ed era attraversato nel suo punto di mezzo da un’asse trasversale di dimensioni tali da creare una grande piazza centrale. Fu all’estremità occidentale di questo ampio viale secondario che Mies eresse il suo padiglione. Dietro il padiglione tedesco, una leggera pendenza con macchie di arbusti saliva al Villaggio Spagnolo. Immediatamente a sud c’erano gli alti muri del palazzo di Alfonso XIII, mentre il suo corrispondente, pressoché identico, che prendeva il nome da Eugenia Vittoria, si trova dalla parte opposta dell’asse principale.

All’inizio era previsto che Mies costruisse il suo padiglione nello spazio situato fra queste due immense costruzioni. La sua decisione di cambiare questa localizzazione fino a giungere alla sistemazione definitiva presentava dei vantaggi sotto molti aspetti. Così il padiglione godeva di una posizione più isolata e più visibile, specialmente spiccando nel verde, nonché più imponente da lontano.

Il basamento del padiglione, studiato per essere un podio, esaltava l’immagine classica da tempio romano, con il suo sviluppo orizzontale e il tetto piano, se non che l’asimmetria delle pareti libere sotto il tetto – lastre di marmo e di vetro che sembravano fluire l’una dietro l’altra, al di sotto e oltre il tetto, creava un movimento tutt’altro che classico. Il visitatore poteva vedere gradualmente una terrazza in travertino e una grande piscina riflettente, rivestita di vetro verde. Una volta salita la scala tuttavia, la sua attenzione era attratta anche verso destra, dove poteva scorgere uno spazio interno sotto il tetto, ben visibile ma chiuso da un muro trasparente in vetro. L’ accesso all’interno richiedeva una svolta di 180° verso destra. Appena entrato egli notava, in mezzo ad un’asimmetria dominante, un elemento di sorprendente regolarità: di fronte al muro verde antico che conduceva all’interno, una fila di colonne sottili di acciaio cromato con sezione a X, equidistanti fra di loro. Procedendo oltre nell’area coperta, ci si trovava in uno spazio centrale dominato da un unico elemento: una parete isolata alta circa tre metri e lunga circa cinque metri e mezzo fatta di uno splendido marmo raro, il cosiddetto onice dorato, con venature che andavano dall’oro scuro all’oro bianco. Davanti all’onice si trovava un tavolo su cui era posto il libro d´oro del re e a destra una coppia di poltrone a struttura metallica disposte fianco a fianco, con cuscini rettangolari in capretto bianco. Così, all’impressione fisica di uno spazio che fluiva liberamente, si aggiungeva la percezione di una ricca colorazione, di superfici opulente e del gioco abbagliante di riflessi rimandati dai marmi levigati e dal vetro. Attraverso il muro verde bottiglia dietro le sedie egli poteva scorgere una statua in bronzo di una donna in piedi (la statua, Sera, dello scultore Georg Kolbe, contemporaneo di Mies), accanto a una seconda piscina, più piccola della prima, rivestita in vetro nero. Il muro di marmo tiniano, che racchiudeva la piscina, sporgeva oltre il tetto; seguendo questo muro il visitatore iniziava la strada di ritorno, da dove poteva rientrare nello spazio centrale, oppure poteva semplicemente uscire seguendo il sentiero del giardino e salire una scalinata verso il Villaggio Spagnolo.

L’esposizione chiuse nel gennaio del 1930; dopo di che il padiglione fu prontamente smontato e lo scheletro in acciaio venne venduto sul posto, i marmi, le colonne cromate e vari altri elementi recuperabili furono inviati in Germania. Le famosissime sedie originali andarono perdute, ma furono in seguito riprodotte, e sono fabbricate ancora oggi.

A seguito di un accurato studio delle fotografie, il padiglione fu ricostruito dal gruppo di architetti spagnoli Ignasi de Solà-Morales, Cristian Cirici and Fernando Ramos tra il 1983 e il 1986, ed oggi è possibile visitarlo.


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MODELLI CAD
3D
Anonimo

APPROFONDIMENTI
The Reconstruction of the Barcelona Pavilion
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Studi e ricerche svolti sul Padiglione dal Centro internazionale di studio, ricerca e documentazione dell'abitare
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Tecnologie del Padiglione
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ALTRE INFORMAZIONI

Gli elementi che costruiscono i volumi del padiglione artificiale sono costituiti, essenzialmente, da quattro tipi di materiale: marmo, acciaio, cromo e vetro. Il marmo proviene dalle Alpi svizzere e dall’Italia. Il processo di lavorazione del marmo utilizzato si attua attraverso un procedimento di divisione, chiamato brocciatura, che crea un pattern simmetrico e che conferisce al materiale un taglio specifico. Il materiale più utilizzato è il travertino italiano che avvolge il basamento e le pareti esterne adiacente alla piscina riflettente. Se esposto al sole, il travertino si illumina quasi come una sorgente di luce secondaria che dissolve la pietra naturale e crea un magnifico effetto di diffusione della luce nello spazio.


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