Palazzina della cooperativa “La Tartaruga”
Carlo Aymonino, Ludovico Quaroni
Via Innocenzo X, Roma, RM, Italia, 1951-1954

Situata nei pressi di via Innocenzo X 25, la palazzina inserisce dialetticamente nel tessuto urbano allineandosi con i fronti degli altri edifici. La parte arretrata del prospetto fornisce uno sfondo per via dei Panphili. L’avancorpo sinistro, con il suo aggetto, descrive con un portico lo spazio dell’ingresso e consente l’allineamento con l’edificio adiacente. Lo schema distributivo è costituito da un vano scala con due appartamenti per ciascuno dei quattro piani. L’attico ha un solo grande alloggio, dove l’arretramento dei fronti lascia spazio ad ampi terrazzi. Un loggiato segna il coronamento dell’edificio delineandone, attraverso il cornicione aggettante la connotazione plastica.

Alterne le interpretazioni sull’edificio, dove è evidente l’apporto della collaborazione con Aymonino. Dopo le prime valutazioni sugli architetti che “cadono poi ugualmente nel gratuito” e in cui si riconosceva al progetto una metodologia “gravemente compromessa dalle limitazioni che si autoimponeva” (Tafuri 1964), il progetto è stato rivalutato riconoscendone “l’organismo aperto, l’articolazione della pianta e del volume, il vigore dell’immagine complessiva”(Rossi 1984). Ancora oggi è evidente il modo come Quaroni “rompe l’unità della facciata”(Micalizzi 1985). “La Tartaruga” attribuisce al tema isolato della palazzina una precisa connotazione urbana, definita con l’invenzione di una rete di relazioni formali con il contesto.

(Alessandra Camiz)

I materiali

Un senso di ritorno alla materia, dopo la coercizione dell’autarchia, e all’individualità pervade la costruzione che cerca in ogni elemento l’uso artistico dei materiali tradizionali, dalle formelle di Pietro Cascella decorate e traforate  alle aggettivazioni del disegno: il linguaggio può considerarsi enfatico se confrontato alla sobrietà degli interventi quaroniani al quartiere Tiburtino, cui comunque fa riferimento diretto, anche nelle lievi inflessioni della pareti. La fine delle limitazioni nell’impegno del cemento armato viene celebrato, come in altre costruzioni degli anni Cinquanta, lasciando l’ossatura a vista impreziosita dalla spazzolatura dello strato superficiale a portare alla luce gli elementi aggregati.

L’opera è in alcuni casi penalizzata nella realizzazione: il tavolato di cortina delle pareti a intercapedine, sporgente rispetto al filo del c.a., risente dell’impiego di laterizi non scelti e dell’applicazione di ricorsi di malta eccessivamente spessi; gli architravi, realizzati con elementi speciali, risultano appena incastrati nella muratura, i davanzali, finiti con tessere di vetro, segnano la parete mancando di spondine e gocciolatoi. L’aggetto marcato del coronamento stabilisce una frattura rispetto alla stereometria delle palazzine di corso Trieste: il tema della composizione non  è il gioco dei volumi ma il dialogo tra spazi ed elementi costruttivi.

(Alberto Del Franco)


DISEGNI / ELABORATI

APPROFONDIMENTI
"La Tartaruga"
Fonte

BIBLIOGRAFIA

Ciorra, Pippo, Paolo Micalizzi, Maria Luisa Neri. Ludovico Quaroni. Architetture per cinquant'anni. Roma: Gangemi editore, 1997.

Greco, Antonella, Gaia Remiddi. Il moderno attraverso Roma. Guida alle opere romane di Ludovico Quaroni. 3 Palombi editori, 2003.

Priori, Giancarlo. Carlo Aymonino - architetture. Nuova Alfa Editoriale, 1991.

Priori, Giancarlo (a cura di). Carlo Aymonino. Zanichelli, 1994.